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Raspitzu: «Il Cagliari femminile è stato una famiglia» – ESCLUSIVA

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Non solo calcio maschile. A tu per tu con Giada Raspitzu, giovanissima calciatrice, ex Cagliari Calcio, si racconta ai nostri microfoni

Giovane, ambiziosa e con un sogno nel cassetto: quello di diventare una calciatrice professionista. Giada Raspitzu è una giovanissima, una ragazza come tante, ma con un forte amore per il pallone. Questo suo sentimento per il calcio, l’ha spinta ad affrontare qualche pregiudizio della gente e ha combattere per ciò che realmente ha voluto e vuole ancora. Noi di CagliariNews24 abbiamo avuto il piacere di poterla intervistare, facendoci raccontare un po’ il mondo del calcio femminile, ancora troppo sconosciuto. Ecco le sue parole.

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Giada, come è nato il tuo amore per il calcio? Quando e dove hai cominciato a giocare? Hai incontrato difficoltà nel giocare con i ragazzi?
«Il mio amore per il calcio è cominciato a 6-7 anni, quando ho iniziato a seguire mio padre in tutti gli allenamenti e le partite di mio fratello. Devo ringraziare a lui se ho questa grande passione perché lui è sempre stato un amante del calcio e mi ha fatto capire che non è semplicemente uno sport. Nonostante la mia grande dedizione, la mia carriera calcistica non ha avuto solo buoni momenti però. Non è stato per niente semplice iniziare per via del fatto che inizialmente mia madre aveva paura di questa mia scelta, vista la visione particolare che si ha del mondo calcistico femminile. Dai 6 ai 9 anni, infatti, ha provato a farmi fare qualsiasi sport che non fosse calcio. Alla fine però ho fatto un po’ di testa mia e, utilizzando i soldini che avevo conservato dai regali della prima comunione, mi sono iscritta a calcio di nascosto, dicendolo solo a papà. Il giorno dopo essermi iscritta, sono andata addirittura a tagliarmi i capelli cortissimi come un maschio e quando mamma mi ha vista così, sapendo anche della mia iscrizione alla scuola calcio, ha rischiato un accidenti (ride, ndr). A lungo andare però, ha capito che quella era la scelta giusta per me, perché ha visto che mi faceva star bene e che mi facevo valere contro i maschietti. Ha iniziato a seguirmi anche lei ed ora è la mia prima tifosa. La mia primissima squadra è stata quella del mio paese d’origine, il Sorgono, e ho cominciato direttamente con gli esordienti. Ho giocato con tutti maschietti ed è stato complicato perché la femminuccia era sempre vista come se fosse un gradino sotto rispetto ai suoi compagni. Tutto sommato sono riuscita ad ambientarmi bene, ho trovato anche un’altra bambina che giocava con me, lei mi ha aiutato tantissimo a non mollare, a farmi valere e a fare sempre del mio meglio. Fortunatamente ho avuto tutti buoni compagni, che hanno sempre fatto in modo che mi sentissi loro pari, senza alcuna distinzione».

A che età sei entrata a far parte del Cagliari? Come è stato il passaggio dalla tua vecchia squadra a quella femminile rossoblù?
«Il Cagliari è stato una parte importante della mia adolescenza. Ho ricevuto la chiamata a 15 anni. Come detto prima, ho cominciato al Sorgono, per poi passare al Samugheo e poi ho avuto l’onore e la possibilità di entrare nel Cagliari femminile. La mia primissima emozione quando sono entrata ad Asseminello è stato qualcosa di indescrivibile, è stato il giorno più bello della mia vita. Giocando in squadre maschili, ti senti sempre un pochino inferiore e non pensi di avere capacità che magari hai e che anche gli allenatori notano in te. Quando sono entrata in rossoblù, quelle qualità che non pensavo di avere sono state notate e quella chiamata è stata fondamentale. È stato un passaggio della mia vita importantissimo. Ho giocato lì due anni, fino allo scorso anno, poi per motivi personali ho dovuto lasciare la squadra. È stato un capitolo della mia vita davvero emozionante. Giocare con i maschi è completamente diverso, mi frenavo. Quando sono entrata a far parte della femminile, sapevo che finalmente potevo dare tutto quello che realmente posso dare, il mio massimo. Mi sono impegnata tanto, perché avevo ricevuto una chiamata da una squadra che aveva visto in me qualcosa di speciale ed io davo veramente tutta me stessa per soddisfare le loro aspettative. Volevo far vedere che io quella maglia me la meritavo. Quell’anno per me è stato veramente pura emozione, fatto da grandi professionisti e da compagne fantastiche. Il Cagliari Calcio è davvero una famiglia».

Come è stata la tua avventura col Cagliari? Pensi ti sia servita per crescere sia calcisticamente che come donna?
«Se devo descrivere la mia avventura al Cagliari, mi bastano due parole: maturità ed emozione, perché la squadra mi ha aiutata a crescere tantissimo. A 15 anni generalmente si hanno altri pensieri, come divertirsi con gli amici e godere del proprio tempo libero per pensare a sé. Entrando al Cagliari invece devi acquistare certe responsabilità che ti cambiano, ti aiutano a diventare grande, tenendo conto di tutti i sacrifici che devi fare e che i tuoi genitori fanno per te. La serietà è ciò che mi ha caratterizzato in questa avventura. Ho avuto la testa giusta per concentrarmi in ciò che stavo facendo, esisteva solo la squadra e quel pallone rotondo. Sono cresciuta tanto, giocare in una squadra come il Cagliari serve a maturare ed a diventare adulti. Stai giocando per una squadra che ha una storia, con uno scudetto importante, porti un simbolo di un certo peso vicino al cuore e devi fare qualsiasi cosa per onorare la maglia. Credo che tutti i ragazzi sardi sperano in una chiamata dal Club ed io ho avuto questo onore. Calcisticamente sono cresciuta tantissimo, aiutata da tanti professionisti che nel loro lavoro ci mettono testa e cuore, che ti stanno vicino e ti infondono i valori della società. Ho avuto momenti bui, non lo nego, ma ho trovato persone che sono state in grado di sostenermi, di sollevarmi quando ero giù di morale e mi sembrava che tutto stesse andando a rotoli, cercando di farmi capire l’errore e aiutandomi a migliorare giorno dopo giorno. Posso soltanto dire grazie al Cagliari per la ragazza e la calciatrice che sono ora».

Cosa pensi si possa fare per portare il calcio femminile allo stesso livello di quello maschile? Pensi che ci saranno (purtroppo) sempre differenze o prima o poi queste disuguaglianze si andranno ad appianare?
«Sono una ragazza positiva e spero che il calcio femminile continui a crescere, come sta succedendo da qualche anno a questa parte. Ci son state tante vicende che mi hanno sorpreso e vista la svolta che stiamo avendo questi ultimi anni, sono convinta che questo sport può crescere tanto. Penso però che ci saranno sempre differenze con il mondo sportivo maschile, ma non solo per quanto riguarda il calcio. Credo che arrivare alla pari di quello maschile, non sarà facile, ma ci spero. Noi ragazze ci dobbiamo basare più sul nostro percorso, senza pensare costantemente di dover raggiungere i ragazzi. Se un giorno si arriverà mai al loro stesso livello, ben venga, ma non deve diventare una priorità. Il nostro calcio è cresciuto tanto e sta continuando a farlo, son contenta così. È difficile anche fare paragoni con il calcio maschile, perché tra i due sport ci sono diverse differenze, riguardanti anche la parte fisica. Stanno comunque arrivando le giuste svolte, come ad esempio le partite dei campionati di A femminile in diretta tv e queste piccole cose contano davvero tanto, perché c’è un’evoluzione concreta dello sport. Io spero che diventi, almeno sotto questo aspetto, sempre più simile al calcio maschile e che venga seguito alla stessa maniera e con la stessa passione che si ha per quello maschile. I Mondiali in tv son stati un evento sensazionale, che ha permesso all’intero mondo di avvicinarsi a questa realtà. Le Azzurre hanno potuto godere del calore di una Nazione intera che voleva arrivassimo fino alla fine e per me è stata una conquista enorme».

Stephanie Frappart è il primo arbitro donna nella storia della Champions League e la giocatrice della Juventus Sara Gama è stata nominata vice-presidente dell’associazione italiana calciatori. Pensi che sia l’inizio di una svolta nel mondo del calcio?
«A parer mio assolutamente sì, per due motivi. Il primo è che finalmente anche la donna acquista valore nel mondo del calcio, che da sempre è stato prettamente maschile. Arbitrare una partita così importante in Champions League è stata una svolta incredibile. Seguendo i social, ho letto tanti post dove la gente ha reputato ottimo l’arbitraggio e la cosa mi ha reso felice. Finalmente ci stanno dando fiducia, capendo che anche noi donne possiamo far parte del mondo del calcio maschile. Su Sara Gama credo che sia una nomina più che meritata. La stimo tantissimo come calciatrice e, ripeto, finalmente anche alle giocatrici stanno dando un posto nella storia del calcio italiano. Spero che queste due vicende siano solo l’inizio di un qualcosa di più grande e che possano accadere tanti altri fatti di questo calibro. Magari negli anni ci abitueremo a vedere avvenimenti di questo tipo, che dovrebbero diventare la normalità e non più eventi più unici che rari».

Troppe bambine/ragazze hanno paura di inseguire il proprio sogno di diventare calciatrici perché temono il giudizio della gente. Quale consiglio vuole dare Giada Raspitzu a tutte loro?
«Questa domanda mi tocca in particolar modo, perché ho vissuto certe cose in prima persona e so cosa significa. A tutte le bambine e ragazze che vogliono giocare a calcio ma hanno paura dei pregiudizi delle persone, voglio dire questo: inseguite il vostro sogno, non fatevi fermare da nessuno, né amici, né famiglia. Se volete inseguire il vostro sogno, dovete farlo fino alla fine, anche per far capire a quelle persone che vi volevano bloccare, che voi volete volare senza nessun limite e che quell’obiettivo lo volete raggiungere. La partenza è sempre difficile, ma il traguardo è spettacolare. Quando poi trovi compagne che ti vogliono bene, mister competenti e una società stupenda, capisci veramente quanto il calcio possa essere bello. Io dico questo: mai fermarsi davanti ai pareri della gente, perché le persone avranno sempre da ridire. Perché fermarsi davanti all’opinione inutile di qualcuno, quando davanti a te hai un mondo da scoprire? Mai fermarsi davanti al pregiudizio e un sogno non si dovrebbe mai abbandonare per nulla al mondo. Sì, le persone possono anche parlare tanto, ma se davvero hai voglia di proseguire sui tuoi passi, non ti ricorderai nemmeno più delle cose che ti son state dette. Penserai solo alla gioia e alla felicità che hai per aver superato tutti gli ostacoli. Il calcio non è solo per ragazzi, ma come ogni sport è sia maschile che femminile. Noi ragazze dobbiamo sognare e se il nostro sogno è quello di giocare a calcio, non ci dobbiamo fermare davanti alle difficoltà. Credeteci sempre e realizzate tutto ciò che più desiderate!».

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