Jeda: «Joao Pedro merita un’opportunità in Nazionale» – ESCLUSIVA

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L’ex attaccante brasiliano del Cagliari Jeda elogia il connazionale Joao Pedro e commenta la flessione dei rossoblù in campionato

Due stagioni e mezzo a Cagliari intense e un ricordo rimasto indelebile. Nella salvezza del 2008 e nei due anni con Allegri in panchina, Jedaias Capucho Neves – per tutti Jeda – è stato uno dei protagonisti indiscussi di quella squadra che faceva divertire il Sant’Elia. Abbiamo raggiunto l’ex attaccante brasiliano per chiedergli del campionato del Cagliari, della stagione del suo connazionale Joao Pedro e dei ricordi dei suoi anni in Sardegna.

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Ciao Jeda, che idea ti sei fatto del blocco dei campionati per il Coronavirus?
«Partiamo da un presupposto. La Serie A, a differenza di altre categorie, affronta un discorso diverso dal punto di vista economico. Le società sono importanti anche per l’economia dello Stato. Ora bisogna salvaguardare le vite e la salute. Lega e Federazioni devono decidere come e se riprendere. Non è facile essere al posto di chi deve decidere. È una situazione complicata».

Trovi corretto l’eventuale taglio di stipendi dei calciatori?
«Se ne parla in tutto il mondo. Le società hanno avuto grandi perdite e i giocatori devono venire incontro ai club per trovare la miglior soluzione. Non dev’essere una cosa imposta. Purtroppo c’è una situazione di emergenza che non dipende da nessuno. Credo che debba essere concordato un taglio. Se non c’è il campionato, è giusto che le società non corrispondano tutti gli emolumenti ai calciatori. E i calciatori devono comprendere questa situazione».

Hai seguito il Cagliari quest’anno? Come giudichi il campionato dei rossoblù?
«Seguo sempre il Cagliari, è la squadra che in Serie A seguo con grande attenzione. Mi ha dato tanto e ho ancora tanti amici in Sardegna. Quest’anno il Cagliari ha iniziato bene, c’erano i presupposti migliori, ma penso che alla fine ci siano state troppe aspettative. L’ambiente non è abituato a lottare per certi traguardi e senti la pressione anche a livello nazionale, tutti i giornali parlavano di grande Cagliari. Se non sei abituato non è facile mantenere la posizione in un campionato difficile con avversari forti che non restano a guardare. Quando vengono a mancarti le certezze poi non è semplice uscire dal vortice. Le troppe aspettative fanno in modo che i giocatori scendono in campo pensando troppo alla classifica. Io però sono convinto che il Cagliari, quando e se riprenderà il campionato, potrà uscirne fuori perché ha la rosa per farlo».

Chi non ha avuto un calo è stato Joao Pedro con i suoi 16 gol.
«Ho seguito Joao Pedro attentamente appena arrivato a Cagliari. Ha avuto un rendimento in crescendo negli ultimi anni. Non pensavo così esponenziale, però è un giocatore che sta dimostrando concretezza e personalità. È un leader di questo Cagliari. Non è facile importi così ed entrare nel cuore dei tifosi. Sono molto contento per lui».

È il brasiliano ad aver segnato più di tutti nei 5 principali campionati europei. Da brasiliano, merita una chiamata in Nazionale?
«In questi ultimi anni, nel Brasile ci sono stati tanti giocatori bravi, ma sono stati convocati anche alcuni che la maglia della nazionale non potrebbero nemmeno toccarla. Joao Pedro sta giocando in un campionato difficilissimo come quello italiano e con un rendimento in crescendo. Secondo me, una chiamata e un’opportunità se la meriterebbe molto tranquillamente».

Ti rivedi un po’ in lui?
«Ci assomigliamo tantissimo per caratteristiche e posizione in campo. Lui rispetto a me cerca di più il tiro da fuori. Il mio difetto era quello di non provare tanto la conclusione dalla distanza, ma più la giocata dentro l’area. Joao Pedro da seconda punta è devastante, interpreta molto bene il ruolo e infatti è il giocatore più prolifico di questa squadra».

A Cagliari hai vissuto due stagioni e mezzo intense. Qual è il ricordo più bello?
«Sicuramente la salvezza miracolosa. Tutti ci davano per spacciati e già retrocessi, invece abbiamo fatto una cosa unica. Era impensabile. Quando sono arrivato a Cagliari tutti mi dicevano che avevo sbagliato e che saremmo retrocessi. Poi ci sono altri bellissimi ricordi: i due anni a seguire con Allegri sono stati molto belli. Ci siamo divertiti. Era una squadra che giocava a calcio e aveva grande sicurezza in campo. Io sono contento di aver fatto parte di quel gruppo. È stato uno dei migliori di cui ho fatto parte».

Nei due anni con Allegri in panchina potevate conquistare l’Europa. Cosa vi ha fermato?
«Penso che la motivazione sia la stessa del Cagliari attuale. Il nostro obiettivo principale era quello di salvarci e fare un campionato tranquillo. Penso sia una questione di mentalità. Non eravamo abituati a lottare per l’Europa. Non c’era nemmeno la pressione di dover competere per quelle posizioni. Anche inconsciamente non hai lo stesso mordente che metti invece in campo quando devi lottare per la salvezza. Penso sia solo una questione di mentalità, non trovo nessun’altra motivazione. Andare in Europa sarebbe stato sicuramente bello».

Nel 2010, a fine primo tempo di un recupero giocato a Udine, eravate in vantaggio 1-0 grazie a un tuo gol e il Cagliari era quarto in classifica. Alla fine avete perso quella partita e non siete più riusciti a vincerne una…
«Avevamo fatto i calcoli e ci siamo detti che se avessimo vinto a Udine saremmo stati quarti in classifica. Poi non ci abbiamo più pensato e siamo scesi in campo per vincere perché volevamo vincere, non con la testa all’Europa. Purtroppo abbiamo perso. E tornando indietro con la testa oggi penso che sia una questione di mentalità. Credo sia lo stesso problema del Cagliari di oggi, oltre agli infortuni di qualche giocatore importante. Ma la mentalità fa tanto. Guardate la Lazio, ora è lì e ha la mentalità per lo scudetto perché è convinta».

Resta il rammarico dell’addio?
«Assolutamente sì. È il mio rammarico più grande. Quando sei un giocatore di riferimento della squadra e vedi certe cose, resti perplesso. Io ho pensato solo a voler giocare e sono andato via. Con il senno di poi, non avrei mai lasciato una piazza che era diventata casa mia».

In Italia hai girato tante squadre. Cagliari è quella che ti è rimasta più nel cuore?
«Sì, Cagliari mi ha dato molto. Ci sono state piazze in cui mi sono trovato bene: il Vicenza quando mi ha portato in Italia, il Palermo quando abbiamo vinto il campionato, il Rimini, il Crotone con Gasperini allenatore, ma anche Catania, Novara e Lecce. Mi sono trovato bene ovunque. C’era grande attaccamento. Cagliari però è stata la piazza in cui ho vissuto più intensamente le cose, che mi ha lasciato più il segno. In più quella salvezza miracolosa. Lì secondo me è successo qualcosa di magico».