Rastelli: «Un orgoglio aver vinto il campionato di B con il Cagliari» – ESCLUSIVA

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A tu per tu con Massimo Rastelli esattamente quattro anni dopo la vittoria del campionato di Serie B alla guida del Cagliari: i ricordi del mister fra orgoglio e rimpianti

Quattro anni dopo la rovesciata di Marco Sau che regalava al Cagliari la sua prima vittoria di un campionato di Serie B, abbiamo raggiunto in esclusiva Massimo Rastelli. L’allenatore di quella squadra ci racconta i ricordi di quella stagione, l’orgoglio dell’undicesimo posto in A ma anche i rimpianti dell’annata interrotta dall’esonero.

Quel giorno a Vercelli la promozione era già raggiunta, cosa ha significato in più vincere il campionato?
«Quando il Cagliari mi chiamò c’era un solo obiettivo, che era quello di tornare subito in Serie A. Il cammino fu ottimo, sempre con tanti punti di vantaggio sulla terza e dunque ben indirizzati verso la promozione diretta. Nel finale di campionato diventò importante anche centrare il primo posto, perché la squadra era forte. È stato un motivo di grande orgoglio vincere il torneo per la prima volta nella storia del Cagliari».

Una cavalcata che aveva avuto qualche passo falso prima della gioia
«Verso marzo/aprile abbiamo vissuto due mesi molto difficili, soprattutto per via dei tantissimi infortuni a centrocampo. Qualche sconfitta di troppo ha minato un po’ l’autostima, per di più sapevamo di dover vincere a tutti i costi. Fortunatamente riuscimmo a ricompattarci per la volata finale».

Si è detto tante volte che quel Cagliari era una corazzata per la categoria
«Era una squadra molto forte, costruita sulla base di alcuni giocatori che erano rimasti ed altri adatti alla categoria. La Serie B non è mai facile, ci vuole una certa mentalità per sopportare l’obbligo di vincere sempre. Quell’organico era il più forte di quella stagione, poi per arrivare in fondo da vincitori servono tante cose. Il Benevento ad esempio sta dominando la B ma dopo una stagione in cui la promozione non era arrivata come programmato».

Parliamo di qualche singolo, cominciando da Pisacane
«Con Fabio ho vissuto tre anni splendidi ad Avellino e lo reputavo il giocatore giusto da portare a Cagliari perché sapevo quello che può dare in campo e per lo spogliatoio. All’inizio si storceva un po’ il naso, non lo si reputava da Cagliari e io stesso per non dare adito a voci di favoritismi gli facevo fare panchina anche oltre il dovuto. Piano piano ha dimostrato il suo valore, mi fa piacere vederlo sempre lì e sapere che è amato dalla tifoseria».

Si aspettava l’esplosione di Joao Pedro?
«Sapevo che Joao ha grandi qualità ed anche una notevole ecletticità. Nell’anno della retrocessione faceva la mezzala, io in B l’ho schierato qualche volta a centrocampo ma perché volevo sfruttare i tanti attaccanti. Allo stesso tempo non potevo lasciarlo fuori, anche in allenamento vedevo la sua propensione al gioco offensivo. Ora ha raggiunto la maturazione anche mentale, sono contento di vederlo così determinante».

Una parte della tifoseria rossoblù non è mai riuscita ad amarla, è qualcosa che ferisce?
«Mentirei se dicessi che non mi dispiaceva. Tutti vogliamo avere la gratificazione del proprio lavoro e sentirci apprezzati, ma non ci potevo fare niente. Forse anche il mio essere riservato e poco propenso ad apparire ha un po’ condizionato, a volte si esaltavano più le cose negative. Ma ho sempre avuto tanto rispetto per i tifosi, sono legatissimo al Cagliari. Sono state due stagioni piene di soddisfazioni, un’avventura chiusa col rimpianto di non aver potuto raddrizzare la terza stagione ma sappiamo che un allenatore non può mai pensare a lunga scadenza. Alti e bassi vanno vissuti con equilibrio, le critiche alla fine fanno parte del gioco».

Anche l’anno dell’undicesimo posto ha avuto i suoi momenti difficili, la gara di andata col Sassuolo poteva costarle la panchina
«Venivamo da un periodo di risultati negativi e si avvicinava la sosta, sapevo di giocarmi tanto in quella partita. Andammo in vantaggio, poi finimmo sotto addirittura per tre a uno ma fortunatamente i ragazzi la ribaltarono negli ultimi venti minuti. Quella vittoria ci permise di lavorare bene nella sosta, fare i ritocchi giusti a gennaio e condurre un ottimo girone di ritorno. Con la vittoria all’ultima giornata centrammo l’undicesimo posto finale pur con un organico con tanti esordienti. Quel piazzamento forse è passato un po’ in sordina per via delle critiche di cui parlavo prima ma lo reputo un risultato eccellente per una neopromossa. Per me era la prima stagione in Serie A, sicuramente avrò commesso qualche errore ma ho voluto dare alla squadra la stessa mentalità vincente maturata l’anno prima. Non è semplice arrivare undicesimi, le altre stagioni del Cagliari lo dimostrano».

Un bel timbro su quella stagione lo mise Borriello con 16 gol
«Negli ultimi sei/sette anni della sua carriera, quello di Cagliari è stato di sicuro il più positivo: ci ha aiutato tanto sia con i gol che con le prestazioni. Ho sempre avuto un buon rapporto con Marco, anche quando per un calo di condizione lo mettevo in panchina. Ci parlavo, capiva il mio punto di vista e così ha fatto un girone di ritorno segnando tanto anche quando non partiva titolare. Poi è andato via per riflessioni sue, non certo per problemi con il sottoscritto».

Chi invece ha deluso – a dir poco – è stato Van der Wiel, visto solo per 45′ nella gara che ha portato all’esonero
«È l’unica cosa che non rifarei, è il solo grande errore che penso di aver fatto in quell’inizio di stagione e mi è costato la panchina. In allenamento mi aveva dato l’impressione di avere almeno un’ora nelle gambe, quanto meno per dare spinta alla squadra e un minimo di copertura. Invece ci ricordiamo tutti come andò quel primo tempo, dovetti sostituirlo all’intervallo per cercare di recuperare la partita. Se potessi tornare indietro non rifarei mai la scelta di schierarlo all’inizio».