Con Lopez è un Cagliari meno sudamericano

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Nonostante sulla panchina del Cagliari ci sia un allenatore uruguaiano, i rossoblù risultano essere meno sudamericani sia per modulo che per l’utilizzo dei due brasiliani Joao Pedro e Farias

Non è la nazionalità a fare la differenza. Con Diego Luis Lopez sulla panchina del Cagliari, i rossoblù sono meno sudamericani. Sì, anche se al posto di Massimo Rastelli è arrivato un tecnico uruguaiano nato a Montevideo e che ha indossato più volte la maglia della Celeste. Dopo tutto, per quanto sia legato alla sua terra, Lopez è un allenatore di scuola italiana e che ha vissuto praticamente la sua intera carriera calcistica in Sardegna, se si escludono le prime quattro stagioni con il River Plate di Montevideo (1994-96) e il Racing Santander (1996-98). La forte influenza italiana ha per forza di cose condizionato scelte e idee dell’attuale tecnico del Cagliari.

BRASILIANI – Che brasiliani e uruguaiani non vanno d’accordo, come quasi tutte le nazionali di calcio del Sud America, non è certo una novità. In particolare, ai verdeoro la Celeste non porta buoni ricordi. Il Maracanazo vi dice niente? Ovviamente alla base delle scelte di Lopez non ci sono motivi di nazionalità, ma di caratteristiche tecniche. E solo questa dev’essere la lettura per l’impiego col contagocce di Joao Pedro e Diego Farias fin qui da parte del Jefe. Senza di loro, il Cagliari è meno sudamericano non solo di passaporto (tra i pali c’è comunque Rafael), ma anche per caratteristiche tecniche. I due brasiliani sono quelli capaci di accendere e risolvere le partite con le loro giocate. Tecnicamente tra i più dotati in rosa e sicuramente i più fantasiosi. Nell’altra faccia della medaglia però c’è il rendimento poco costante di entrambi, soprattutto di Diego Farias, ancora a secco di gol. JP10 è invece il capocannoniere della squadra con tre reti stagionali, ma nel 3-5-2 non c’è spazio per il trequartista. Al momento Lopez preferisce puntare su Marco Sau. Tecnicamente anche lui ha nel repertorio giocate da brasiliano, ma se sotto porta il suo rendimento non è stato all’altezza (solo un gol finora, oltre ad un rigore sbagliato), dall’altra parte il suo continuo sacrificio in fase di non possesso lo rende una pedina tatticamente fondamentale per ogni allenatore.

MODULO – Il Cagliari poco sudamericano di Lopez non riguarda solo il mancato impiego dei due brasiliani, ma anche il modulo della squadra. Se con Rastelli c’era spazio per il fantasista dietro le punte con il 4-3-1-2, con Lopez invece ci sono molti più cross per un centravanti vecchio stampo come Leonardo Pavoletti. Il 3-5-2 – che in fase difensiva diventa un 5-3-2 – è un modulo europeo e italiano, evoluzione dello storico catenaccio. L’unica eccezione è l’Argentina campione del mondo in Messico nel 1986, quando Carlos Bilardo optò per una formazione più chiusa, lasciando spazio davanti all’estro di Diego Armando Maradona. Per il resto, il 3-5-2 ha fatto la fortuna delle squadre europee: dal Parma di Nevio Scala alla Juventus di Antonio Conte, senza dimenticare il 5-3-2 adottato dall’Italia di Bearzot nel 1982 in Spagna. La concretezza prima della fantasia, che finora ha portato al Cagliari 6 punti nelle prime quattro gare di Lopez in panchina. Uruguaiano di nascita, sangue e carattere, ma europeo e italiano per idee calcistiche.

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