Melis: «Un sogno giocare col Cagliari. Zenga? Sono curioso» – ESCLUSIVA

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Intervista esclusiva a Emiliano Melis: le stagioni al Cagliari, la passione per il calcio e il mondo del pallone oggi

Quattro stagioni con i quattro mori sul petto. Il sogno che diventa realtà: giocare per la squadra che ami. Poi un lungo girovagare per l’Italia e il ritorno in Sardegna, dove continua a calcare i campi di calcio con la stessa passione di sempre. Abbiamo raggiunto Emiliano Melis per parlare dei suoi anni al Cagliari e della situazione calcistica attuale.

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Ciao, Emiliano. Partiamo dalla tua avventura con il Cagliari: cosa vuol dire, per un cagliaritano doc, giocare per la squadra della propria città?
«È stato il coronamento di un sogno, il massimo a cui potessi ambire. Sono nato e cresciuto con i colori rossoblù nel cuore. Ho iniziato a dare i primi calci al pallone all’Oratorio Don Orione di Selargius, lo stesso posto in cui hanno mosso i primi passi Gigi Piras e Nicola Murru. All’età di 11 anni ho avuto la fortuna di arrivare al Cagliari, ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino ad approdare in primavera ed essere poi aggregato in pianta stabile in prima squadra, nella stagione 1999/00. Ho giocato per 4 stagioni con i rossoblù, una in Serie A e tre in cadetteria. C’è stata solo una piccola parentesi all’Alessandria, nel 2001, da gennaio a giugno».

Quegli anni, in rosa, c’era una folta schiera di sardi. Immagino che ciò ti abbia aiutato a integrarti al meglio nel gruppo.
«Esatto. Ho condiviso lo spogliatoio con i vari Pinna, Carrus, Sulcis, Capone, Pisanu. È stato importante per l’ambientamento nello spogliatoio, ma devo ammettere che hanno giocato un ruolo fondamentale anche grandi quali Villa, Berretta e O’Neill. Provenendo dalla primavera, li conoscevo già da qualche anno: avevo fatto tanti allenamenti con loro, oltre alle classiche partitelle del giovedì. In pratica, mi hanno visto crescere. E hanno sempre accolto nel migliore dei modi i giovani, quindi l’inserimento è stato facile».

Poi sei cresciuto a fianco a quelli che sarebbero diventati i futuri senatori.
«Conti, Suazo e Modesto sono arrivati nello stesso anno in cui sono approdato in prima squadra: i primi due sono del ’79 come me, François ha un anno in più. Lopez e Abeijon erano arrivati l’anno prima. Tutti calciatori che hanno fatto la storia del Cagliari».

Quattro anni fa hai avuto modo di incontrarli nuovamente, in occasione del Conti Day.
«Esatto. È stata una giornata fantastica, in cui abbiamo potuto salutare nel migliore dei modi una grande bandiera, il giocatore con più presenze in maglia rossoblù. È arrivato nell’isola che era poco più di un bambino, e alla fine è diventato un cagliaritano acquisito. Gli ultimi anni era un calciatore devastante. Con Daniele ho instaurato un bel rapporto, ogni tanto lo sento e capita di incontrarlo in qualche campo da calcio o in giro: scambiarci qualche parola è sempre un piacere».

Intanto, a 41 anni, Emiliano Melis continua a calcare i campi da calcio di tutta la Sardegna.
«Le ultime due stagioni ho giocato con la maglia della Ferrini, allenata dal mio ex compagno Sebastiano Pinna. La parola chiave è passione, e mi ha accompagnato per tutta la carriera. Quando sto in un campo e ho il pallone tra i piedi mi diverto, e provo la stessa gioia di quando ero bambino. È una scintilla che non si è mai spenta».

Tornando indietro, cambieresti qualcosa nella tua carriera?
«Sarei un ipocrita se rispondessi di no. Farei alcune scelte diverse, ma certe cose le capisci solo maturando. La componente infortuni, poi, mi ha un po’ penalizzato: a 25 anni ho subito tre operazioni alla caviglia e sono stato fermo due stagioni intere. Ma non posso recriminare più di tanto, mi sono infortunato in un campo da calcio e sono rischi che si mettono in preventivo. Di sicuro non ho nessun rimpianto. Se penso alla mia carriera sono molto soddisfatto: ho giocato e segnato per la mia squadra del cuore, e ho sfidato vere leggende. Baggio, Totti, Del Piero, Zidane, Rui Costa… Credo siano tra i migliori numeri 10 che abbiano mai messo piede in un campo di Serie A. E sono cresciuto: girare per le città di tutta Italia mi ha arricchito tantissimo, personalmente e culturalmente».

Continui a seguire il Cagliari?
«Certo, appena ne ho la possibilità vado allo stadio. E sto trasmettendo la passione a mio figlio, che ha 6 anni: prima portarlo con me era un po’ difficoltoso, era troppo piccolo. Adesso sta iniziando a seguire con attenzione le partite, quindi lo accompagno sempre più spesso. Sono dispiaciuto per la stagione in corso: a inizio stagione il Cagliari era impressionante, ha fornito una serie di prestazioni ottime. Le ragioni del crollo possono essere tantissime, ed è impossibile conoscerle con esattezza. Dispiace perché l’ultima parte di stagione rischia di mettere a repentaglio tutto ciò che, di positivo, è stato fatto fino a dicembre».

Prima della sosta è arrivato anche il cambio in panchina.
«La scelta della società è stata comprensibile, ha provato a dare uno scossone in seguito a una crisi che pareva essere senza vie d’uscita. Ci sta che, in una situazione in cui i risultati sono venuti a mancare, Maran sia stato il primo a pagare. Ora sono curioso di vedere Zenga all’opera: per ovvie ragioni non si può ancora giudicare il suo lavoro, ma chiaramente spero si riveli l’uomo giusto per il cambio di rotta».

Pensi che avrà modo di dimostrarlo in questa stagione o che si debba già pensare alla prossima?
«Credo che si farà di tutto per riprendere il campionato corrente. Tutte le decisioni prese fino a oggi fanno capire che sia una volontà condivisa quasi all’unanimità, in ottica nazionale quanto continentale, perché anche le coppe europee giocano un ruolo importante. È molto triste vedere gli stadi vuoti, ma penso che si debba cercare di tornare il prima possibile alla normalità, nel calcio come nella vita quotidiana, monitorando con costanza la situazione».