Un “girone” di Lopez: com’è cambiato il Cagliari

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Dal 3-0 dell’Olimpico al 2-2 della Sardegna Arena contro la Lazio. E domenica la sfida contro il Benevento, che all’andata fruttò i primi tre punti della gestione Lopez: com’è cambiato il Cagliari

Se alla vigilia di Cagliari-Lazio Diego Lopez non ha voluto fare bilanci («I bilanci si fanno alla fine»), passata la gara contro i capitolini ed in vista del match contro il Benevento ci sembra quanto meno lecito tirare le prime somme della gestione Lopez bis. Proprio nel match d’andata contro i sanniti i rossoblù ritrovarono la vittoria – la prima della gestione uruguaiana – dopo cinque sconfitte consecutive (le prime quattro delle quali costarono la panchina a Rastelli). Quel successo aiutò i rossoblù a scrollarsi di dosso un po’ di paura e quei dubbi che sempre seguono un avvicendamento in panchina. Tanto più se le differenze con la precedente guida tecnica sono rilevanti. Il 3-5-2 già varato nella trasferta dell’Olimpico contro la Lazio di tre giorni prima da allora è diventato marchio di fabbrica, anche se i sardi stanno ancora cercando di sfruttare a pieno le potenzialità del nuovo schieramento. Dal successo colto allo scadere all’andata, che ha cementato le poche certezze sulle quali si basava il nuovo Cagliari di Lopez, i rossoblù sono scesi in campo 18 volte cogliendo 5 vittorie, altrettanti pareggi e 8 sconfitte. Un ruolino di marcia che sarebbe potuto essere più spedito se alcuni episodi fossero girati in favore dei sardi. Ma con i se e con i ma…

Punti cardine della squadra di Lopez il carattere e l’aspetto mentale in generale, aspetti sui quali lo stesso tecnico ha ammesso di aver lavorato tanto sin da subito. Dal punto di vista psicologico i cambiamenti si sono visti da subito, meno evidenti quelli sul campo. Dall’arrivo di Lopez sulla panchina sarda si è progressivamente delineata una squadra che tenta di giocare sulle seconde palle e cerca lo sviluppo della manovra sulle corsie esterne. Di lì il cross in area per uno specialista di testa come Pavoletti è ormai un mantra. Atteggiamento che a volte ha pagato, altre volte – più frequenti – no. Nelle ultime gare il Cagliari ha tentato, anche grazie soprattutto all’innesto di Han, di percorrere vie centrali e palla a terra per arrivare in area. Un’alternativa che si è resa necessaria – ma lo era a priori – per diversificare gli attacchi ed aumentare dunque imprevedibilità.

Il Cagliari, oggi, appare un ibrido. Una squadra costruita per giocare in un determinato modo e con un determinato modulo – quel 4-3-1-2 che ha caratterizzato l’ultimo decennio – ma cambiata in corsa principalmente per i buchi in organico di cui si è spesso parlato e che trovano origine in alcune discutibili scelte in sede di calciomercato. Un girone dopo è dunque difficile – nonostante 18 partite giocate – per i motivi di cui sopra esprimere giudizi. La sensazione è che anche a fine torneo il Cagliari non risulterà un’opera compiuta. La fase di transizione a cui è stato obbligato Lopez non permette di tracciare chiaramente i tratti somatici del Cagliari: le necessità che si è trovato di fronte lo hanno portato a percorrere alcune strade anzichè altre, magari più consone alla sua idea di calcio. I cambiamenti ci sono stati anche se non appaiono ben radicati nella squadra, probabilmente più per una non completa compatibilità di alcuni elementi con il nuovo modulo che per questioni manageriali. Oggi è difficile dire, però, se questi cambiamenti abbiano portato migliorie al Cagliari.

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