Firicano: «A Cagliari 7 anni splendidi, ma quella UEFA…» – ESCLUSIVA

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Intervista esclusiva ad Aldo Firicano, difensore del Cagliari che si rese protagonista del ritorno in A con Ranieri prima e della storica cavalcata UEFA poi

I sette anni di Cagliari hanno segnato la sua carriera. La prima stagione in Serie B, il pronto ritorno in Serie A e poi la storica cavalcata in Coppa UEFA. Nel corso di Casa CagliariNews24, in diretta sulla nostra pagina Facebook, abbiamo avuto come ospite l’ex difensore rossoblu Aldo Firicano, che ricorda con tanto piacere i tempi in Sardegna e segue ancora le vicende rossoblu.

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Con una squadra neopromossa, siete riusciti a centrare la promozione al primo colpo
«Quell’annata in particolare fu sorprendente per tutti. Quando arrivai a Cagliari sembrava un leggero passo indietro, ma si è rivelata la scelta forse più azzeccata della mia carriera. La squadra crebbe in maniera esponenziale. Al mio arrivo la squadra era appena stata promossa in B, con ragazzi molto giovani: da Festa a Cappioli, più altri giovani provenienti dalla Primavera come Paolino Provitali. Non c’era tanta fiducia all’inizio, ma lo zoccolo duro della stagione precedente, il lavoro di Ranieri e l’entusiasmo favorì una crescita esponenziale. Quando tornammo da Pisa in aereo trovammo tantissima gente ad accoglierci, un ricordo bellissimo che porterò sempre dentro».

Anni in cui il Cagliari tornò in Europa, rendendosi protagonista in Coppa UEFA.
«Sono stato molto fortunato, sono arrivato in un Cagliari che poi per risultati è stata la migliore dopo la squadra di Gigi Riva. Fece dalla Serie C alla A, poi la salvezza e pochi anni dopo l’approdo in un’Europa che allora era per pochi, non come ora: allora significava essere tra le prime 5 del campionato. In più ci fu quella magnifica cavalcata in UEFA, che però andava vinta: peccato per la semifinale di ritorno contro l’Inter, è il rammarico più grande in assoluto. Dei sette anni a Cagliari quelli sono stati fantastici, mi auguro che in futuro la squadra possa fare altrettanto bene. Sono tutti ricordi straordinari, a parte quella dolorosa sera di San Siro in cui uscimmo dalla Coppa UEFA. Quel gol alla Juventus in Coppa è quello che rimane impresso, certo, è stato molto emozionante. Ma le sensazioni che ti porti dentro sono altre: la gioia negli spogliatoi e nei viaggi di ritorno dopo le vittorie, l’atmosfera di condivisione della gioia per il lavoro duro che veniva ripagato. Ricordo bene la soddisfazione dopo aver eliminato i bianconeri».

Cosa successe in quella semifinale di UEFA contro l’Inter?
«E’ il nostro grande rimpianto, per giocatori, staff e popolo rossoblu. E’ veramente una cosa che a distanza di decenni ancora non riesco a digerire: qualche volta mi vengono ancora gli incubi. Non so cosa sia successo, secondo me una concomitanza di fattori. Arrivavamo da una settimana particolare, dopo un turno di campionato da vincere per forza. Siamo andati in ritiro troppo presto, tre giorni prima eravamo già a Milano, e forse si è creata in noi troppa attesa. Poi anche Cellino secondo me non ha azzeccato tutte le mosse prima della gara in fatto di gestione, qualche errore l’ha fatto ma non è una giustificazione. In campo ci siamo andati noi, convinti di passare il turno, ma così non è stato. E’ forse l’unica nota stonata di un’esperienza meravigliosa di sette anni: una ferita che non si rimargina. Cagliari l’ho amata e la amo. Quando arrivai pensai “ma dove sono arrivato?”, la realtà è che arrivai nel posto giusto».

La mancata convocazione in Nazionale è uno dei rimpianti personali?
«Prima per arrivare in Nazionale dovevi fare almeno due-tre stagioni di grande livello e forse anche giocare in squadre di primissima fascia. Non ho un vero e proprio rimpianto: ho fatto tutto quel che potevo per arrivare in azzurro e penso che una convocazione l’avrei meritata. Riconosco che in quel periodo nel mio ruolo c’era Baresi, fuori dalla portata di tutti…Però penso che la convocazione, per quanto fatto, l’avrei meritata. Mi sarebbe piaciuto tanto indossare almeno una volta la maglia azzurra».

Quel Cagliari nel giro di pochi anni passò dalla B alla UEFA, una delle analogie con il presente: come vedi la possibilità di ritorno in Europa, oggi?
«E’ difficile che riprenda il campionato e dunque difficile anche che il Cagliari scali posizioni per tentare di tornare in Europa. Anche se devo essere sincero: dopo quell’inizio scoppiettante mi ero illuso che la squadra potesse farcela e dare una soddisfazione ai tifosi, che la meritano. Anche se il campionato ripartisse, per la situazione che si è creata, sarebbe difficile, lo dico con dispiacere».

Federazione e Lega spingono per riprendere la Serie A, il Governo frena: che idea ti sei fatto?
«Penso si debba riprendere, il problema sono il quando ed il come. Sono nostalgico, a me piace il calcio meno televisivo, quello vissuto allo stadio. Una partita senza tifosi non è la stessa cosa di avere lo stadio pieno. L’aspetto bello del calcio è lo stato emotivo che si crea, e questo è possibile solo in uno stadio pieno. In caso di ripresa a porte chiuse rimarrebbe una forzatura, una cosa poco divertente. Certo, utile per cercare di sistemare l’annata. Ma a questo punto forse sarebbe meglio ripartire a settembre».

Il compagno con cui hai più legato a Cagliari?
«Siamo molto legati, nonostante non ci vediamo da anni. Abbiamo una chat in cui tutt’ota continuiamo a scherzare e ridere come ventenni. Quel che si è creato allora è rimasto, nonostante la distanza. Ho legato con tantissimi: da Lulù Oliveira a Pusceddu, con cui ho giocato in tre squadre diverse. Quel gruppo era molto coeso, anche gli uruguaiani erano parte integrante del gruppo: c’era un’aria familiare, tra di noi c’è ancora quel feeling di quando giocavamo. C’erano ragazzi che non giocavano tantissimo, come Di Bitonto, che però erano ben integrati: lo stesso Di Bitonto era uno dei segreti del gruppo. Non dimentico lo staff: Mario Manca, Piero Massa…Sono la memoria storica del Cagliari, per loro nutrivamo un grane affetto».

Da allenatore, qual è la prima cosa da fare a stagione in corso? Considerato che oggi Zenga si trova in una situazione analoga, seppur anomala
«Io sono subentrato tre o quattro volte, la prima cosa da fare è cercare di tranquillizzare i calciatori. Quando arrivi a stagione iniziata, al di là della categoria, significa che ci sono stati problemi: i giocatori sono timorosi e non sanno quel che gli aspetta. L’allenatore deve cercare di dare certezze. Ancor più se c’è poco tempo: Walter si deve trovare a rimettere in piedi una cosa che funzionava in poco tempo, quindi è ancora più difficile. Più che dal lato tecnico tattico l’allenatore subentrante deve lavorare a livello mentale. Zenga, se ci riesce, secondo me può recuperare qualche posizione. Magari non tante da potersi qualificare in Europa ma almeno da finire il campionato allo stesso livello in cui è stato sino ad un certo punto del girone d’andata».

C’è un allenatore dei tempi di Cagliari a cui ti sei ispirato in particolare quando sei passato dal campo alla panchina?
«E’ naturale che ho guardato dei maestri con ammirazione e cercando di rubare qualcosa. Io ho avuto tecnici di grandissimo livello: MazzoneTrapattoniGiorgi…Nella mia esperienza cagliaritana ho avuto allenatori come Ranieri, che ha poi costruito una grande carriera vincendo la Premier col Leicester. Ma se dovessi scegliere, direi Tabarez: non lo conoscevo, è stata una scoperta. Con lui ho avuto un rapporto molto bello. Sono stato molto colpito dalla sua preparazione e dal suo modo di porsi. Veniva dall’Uruguay e le difficoltà le ha superato benissimo, mi ha molto impressionato. E’ una persona strepitosa, non a caso lo chiamano il Maestro ed è tutt’oggi alla guida della Nazionale uruguaiana».

Se ti chiedo il giocatore più forte con cui hai giocato a Cagliari la bandiera resta quella uruguaiana?
«Sì, anche se forse insieme a qualcun’altro. Francescoli è il talento più cristallino mai visto in tutta la carriera. Ma Matteoli secondo me non era da meno: è stato un po’ sottovalutato in Italia. Era un grandissimo giocatore. Ho avuto la fortuna di giocare contemporaneamente con Francescoli e Matteoli e vi assicuro che era una gran cosa, quando avevi dei problemi la passavi a loro. Io a Firenze ho giocato con Batitstuta e Rui Costa, ma secondo me quella coppia era superiore. La leggenda di Weah a Cagliari? C’era quella voce, come per altri tanti giocatori. Il Cagliari in quegli anni era un club forte e portava in Sardegna giocatori importanti. Weah era un giocatore forte e la voce c’era, però non so quanto fosse veritiera».