Boom Cagliari, tra il miracolo italiano e la Rinascita sarda

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© foto Wikimedia Commons

Cinquant’anni fa impazzava la festa per lo scudetto del Cagliari. Torniamo ad allora: l’Italia viveva il miracolo economico, la Sardegna sognava di proiettarsi nel futuro

Cinquant’anni fa, in queste ore, il Cagliari festeggiava il suo primo e finora unico scudetto. Quel pomeriggio dell’Amsicora fece entrare letteralmente nella storia la squadra di Scopigno. Tanto da farle assumere le sembianze di una leggenda. Una storia che oltrepassa spazio e tempo, suona sempre attuale. Anche a mezzo secolo di distanza. Raccontata dagli anziani ai giovani, tramandata come un tesoro di famiglia. Tanto da elevarsi dal proprio contesto storico, economico e sociale. Ecco, proviamo – in modo quasi innaturale – a riportare quel Cagliari, quella leggenda, nel suo contesto. Proviamo a tornare in quegli anni, passati alla storia per i tanti cambiamenti che avrebbero portato conseguenze permanenti nei decenni a venire.

Le radici

Primi ‘60: pochi anni prima era esploso un boom economico che investì in particolare proprio l’Italia. Una crescita senza precedenti, che aveva radici anche negli anni Trenta, in cui fu avviato un nuovo percorso per reagire alla grande depressione prima ed alla fase totalitaria poi. Un ciclo politico ed economico caratterizzato dall’adozione di misure sempre crescenti di welfare, dalla spinta all’industrializzazione, dalla diffusione dei partiti di massa e da quella dell’alfabetizzazione. Eventi tutti strettamente collegati tra loro, come quelli che seguiranno. La golden age, le trasformazioni politiche ed economiche, le conseguenze sociali di un periodo di grande cambiamento passato poi alla storia. E’ in questo contesto che nasceva il Cagliari che qualche anno dopo sarebbe salito sul tetto d’Italia.

E’ un decennio memorabile, per tanti motivi, quello dei ‘60. Tutto il mondo risentiva del bipolarismo tra USA ed URSS: la Guerra Fredda in quegli anni era nel pieno del suo corso e causava tensioni tra i due blocchi, che si riversavano inevitabilmente anche all’interno dei Paesi. I passi in avanti e gli stalli nel percorso di integrazione europea, le lotte per i diritti civili, il riacutizzarsi delle tensioni arabo-israeliane. Tutto nella prima metà del decennio. Nel frattempo il Cagliari, in un’Italia in rapida trasformazione, conquistava per la prima volta la Serie A. Era il 1964. Da allora i rossoblu salirono di livello andando a sfiorare, nel ‘68/69, il titolo. Ma andiamo con ordine.

(Prove di) Rinascita

Dal mondo alla Sardegna. Sull’ondata del boom economico esploso in Italia a fine anni ’50, che aveva portato benessere e forte ottimismo in vista degli anni a venire, anche la Sardegna era interessata dai cambiamenti economici. Nel 1962, anno in cui il Cagliari di Arturo Silvestri venne promosso in Serie B, fu varato il cosiddetto Piano di Rinascita della Sardegna: un programma di finanziamenti industriali per porre fine alle tensioni sociali scaturite nel ventennio precedente, all’accentuata emigrazione, al fenomeno del banditismo ed allineare l’isola allo Stivale.

fondazionesardinia.eu

Già dalla fine dei ‘50 la regione si trovò ad un bivio: valorizzazione paesaggistica da una parte, industrializzazione (ed incoraggiamento di un’urbanizzazione già in corso) dall’altra. Senza bisogno di scriver altro, sappiamo quale fu la scelta. Il capoluogo, così come tutta la regione, cercava nuovi sbocchi per guardare al futuro con ottimismo. Ed in quegli anni di crescita e benessere la Sardegna divenne meta ambita per gli imprenditori, soprattutto del petrolifero e del metallurgico.

Anni affollati…

A maggior ragione perchè nel 1962 fu varato dal Parlamento nazionale il Piano di Rinascita, vero input per chi volesse decidere di attraversare il Tirreno e mettere su industria. A margine, per rendere l’idea di ciò che l’isola sarebbe dovuta diventare, nello stesso anno sei soci – tra cui il Principe Aga Khan – fondarono il Consorzio Costa Smeralda. Sempre nel ‘62 Angelo Moratti costituì la SARAS, in funzione dal ‘66 a Sarroch. L’ingegner Rovelli impiantò i suoi interessi sull’isola, favorito da una serie di accordi col Credito Industriale Sardo, e si stabilì con la sua SIR a Porto Torres.

Nel giro di pochi anni, grazie al Piano del ‘62, nacquero poli petrolchimici nei poli estremi ed opposti dell’isola. La Regione Sardegna, guidata dal presidente Efisio Corrias, aveva trovato gli investitori che cercava per rilanciarsi economicamente ed abbandonare la sua strutturale fragilità economica. E il Cagliari? Erano gli anni del ritorno in Serie B prima e della storica promozione in A poi. Negli anni di poi Andrea Arrica, vero autore della squadra che si cucì il tricolore sul petto, promise che se avesse deciso di cedere Riva l’avrebbe dato alla Fiorentina. Ed al Milan, alla Juventus, al Torino ed all’Inter. Insomma, lo promise a cinque società. In cambio chiese un occhio di riguardo sul mercato.

Angelo Moratti (Wikimedia Commons)

Non solo: il legame del club con l’isola, è innegabile, c’è sempre stato. Ed Arrica, grazie ai suoi tanti contatti, riuscì a sfruttarlo. Convinse gli imprenditori continentali interessati ad investire in Sardegna: se avessero aiutato il Cagliari sarebbero stati ben visti dalla Regione. Tra un Riva promesso a mezza Serie A e gli avviati progetti industriali, il Cagliari ottenne un occhio di riguardo anche dagli imprenditori: Rovelli, che a Porto Torres aveva la sua SIR e con il calcio nulla aveva a che fare, acconsentì. Moratti proprietario dell’Inter che aveva in Sardegna la sua SARAS, fece altrettanto. E, a proposito di Moratti, lo stesso Riva ammise che il patron pagò 158 milioni al club sardo solo per avere la certezza di accoglierlo in nerazzurro in caso di partenza dalla Sardegna.

Efisio Corrias (Wikimedia Commons)

Alla fine Riva rimase, anche grazie e soprattutto all’ingresso nella società proprio di Moratti e Rovelli, che nel 1967 acquistarono azioni per 140 milioni diventando soci di maggioranza. L’influenza in Sardegna dei due imprenditori del Varesotto si estese tanto che, in quegli anni, assunsero il controllo anche di Unione Sarda e Nuova Sardegna, i due maggiori quotidiani regionali. Da qui, da queste basi, nasce il Cagliari dello scudetto. Il Cagliari del Presidente Corrias: sì, lo stesso che guidava la Regione negli anni del Piano di Rinascita. E che dal ‘71 avrebbe guidato il Credito Industriale Sardo… Il legame tra il contesto politico-economico e l’exploit rossoblu è, quantomeno, rilevante ed interessante. E non solo perché riportare quell’impresa – che attraversa spazio e tempo – nella trama storica a cui appartiene è opera che oggi appare quasi innaturale.

Boom Cagliari

Estate 1969, le contestazioni contro i poteri dominanti e quella sana follia portata dai movimenti studenteschi ed operai del Sessantotto sono ancora nell’aria. Un’aria che si respira anche in Sardegna: il Cagliari vuole rovesciare le gerarchie del calcio italiano. La stagione 1969/70 inizia con la squadra di Scopigno rinforzata: negli anni immediatamente precedenti i rossoblu avevano accolto Nenè (dalla Juventus), Albertosi e Brugnera (dalla Fiorentina in cambio di Rizzo), Domenghini, Poli e Gori (dall’Inter, per Boninsegna).

Arrica e Scopigno (Wikimedia Commons)

A poco più di due mesi dallo storico primo allunaggio di Armstrong, vera dimostrazione di forza degli Stati Uniti ai sovietici, il Cagliari provava a dare la sua, di prova di forza. A dicembre, mentre i rossoblu in vetta soffrivano una fase di leggero calo, iniziava una tutt’altro che leggera fase di estremizzazione politica, che si concretizzò con le stragi che dilaniarono il Paese. A partire da quella più grave, a piazza Fontana, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Si stava per aprire un decennio che lasciava presagire poco di buono. Col senno del poi, si può dire che le sensazioni erano giuste. In Italia iniziavano gli anni di piombo. Di lì a poco l’estremismo che aveva caratterizzato la fine dei ‘60 sarebbe sfociato in puro terrorismo, ed il boom economico era ormai esaurito.

Il Cagliari dello Scudetto

In casa Cagliari di piombo c’erano i piedi. Ben ancorati al primo posto. Iniziò così il 1970: da gennaio ad aprile, a quel Cagliari-Bari entrato nella storia. La conquista di un titolo pesantissimo, che fu definito da Gianni Brera e tanti altri il vero ingresso della Sardegna in Italia. Già nel 1970 del boom economico restava solo l’eco, e la crisi petrolifera originata dalla Guerra del Kippur del ‘73 riportò l’Occidente in piena crisi. Crisi che colpì l’Italia e, direttamente, anche la SIR di Rovelli. Legami diretti o meno, anche l’altro boom si rivelò esaurito: la fase calante del Cagliari iniziò, all’incirca, negli stessi anni. Per fattori interni ed esterni.

I rossoblu – anche per via dell’infortunio rimediato a Vienna da Riva – non riuscirono a replicare l’exploit del 1969/70. Iniziarono la parabola discendente: salutarono prima il periodo di massimo splendore, poi fecero lo stesso con la massima serie, nel 1976. Ma questa è un’altra storia. O forse no. Di certo c’è che l’illusione di benessere che pervase l’Italia è coincisa con quella del Cagliari dello Scudetto e di rinascita della Sardegna. “Anni affollati di guerrieri, di pazzi, di tentativi disperati, di spunti divertenti”, cantava Gaber. Si riferiva ai ‘70, vero. Ma ci piace attribuirla, per l’occasione, al periodo immediatamente precedente. Guerrieri e pazzi, tentativi disperati e spunti divertenti. Calza a pennello.