Pavoletti: «Futuro? Mi affascina il ruolo di ds, ma il più difficile. A Cagliari credo di aver lasciato il segno» – Cagliari News 24
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Pavoletti: «Futuro? Mi affascina il ruolo di ds, ma il più difficile. A Cagliari credo di aver lasciato il segno»

Leonardo Pavoletti, ex attaccante del Cagliari, ha rilasciato delle dichiarazioni facendo un ampio bilancio sulla sua lunga carriera in Sardegna e non solo

L’ex attaccante del Cagliari, Leonardo Pavoletti, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport, affrontando numerosi argomenti legati alla propria carriera, al futuro professionale e alle esperienze vissute con diversi allenatori. Le sue parole

FUTURO DA DIRETTORE SPORTIVO E CORSO A COVERCIANO

«Da marzo, quando ho giocato la mia ultima partita, ho avuto un altro infortunio al ginocchio e un’operazione. Ho deciso in questo momento di aprirmi a varie opzioni, tra cui quella del direttore sportivo. Sono a Coverciano per seguire la prima settimana del corso da direttore sportivo e iniziare a capire se veramente possa essere il mio futuro. Insomma, comincio a prendere qualcosa del post carriera».

LA POSSIBILITÀ DI DIVENTARE ALLENATORE

«Sono ancora convinto di non voler fare l’allenatore».

PERCHÉ VUOLE DIVENTARE DIRETTORE SPORTIVO

«Credo tanto nelle competenze che penso di avere. Il direttore sportivo è un ruolo centrale, ma non di protagonismo. Anche in campo ero un attaccante dal quale ci si aspettava che fosse il protagonista. In realtà mi sono sempre sentito un attaccante operaio, uno che doveva lavorare per la squadra e poi trasformare questo lavoro in assist, cross o gol. Non mi sono mai sentito il protagonista della storia, ma uno che partecipa per far girare bene la squadra e raggiungere l’obiettivo. Il direttore sportivo lo vedo così: essere centrale, avere tante funzioni e tante cose da mettere a posto, cercare compromessi tra le persone per raggiungere l’obiettivo finale che faccia bene a tutti».

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IL RUOLO DEI DIRETTORI SPORTIVI NEL CALCIO ITALIANO

«Credo sia più affascinante, ma anche più difficile. Noi italiani in questo siamo sempre stati i migliori e lo saremo sempre. Dove ci sono meno possibilità ci sono sempre più idee. L’italiano è creativo, cerca e trova sempre una soluzione al problema. Magari non la porta mai al cento per cento e poi la sfruttano altre persone o altre nazioni, però l’italiano è sempre un precursore, vede una scintilla dove gli altri non vedono nulla. Credo che questo sia il momento dei direttori sportivi di trasformarsi in qualcos’altro. Chiaramente non è come negli anni Novanta, quando c’erano budget molto più ampi, però oggi possono andare nei settori giovanili a trovare qualcosa di diverso che dia una spinta in più alle società».

I SUOI MODELLI COME DIRETTORE SPORTIVO

«Come in tutte le cose, cerco sempre di prendere il buono dai tanti direttori che ho avuto la fortuna di incontrare. Credo che la vera forza di un direttore, o di un professionista, sia essere credibile, essere se stesso, portandosi dietro l’esperienza avuta dagli altri direttori, dagli allenatori e da tutti i professionisti. Bisogna capire come rendere quel messaggio credibile alla società, ai ragazzi e all’allenatore».

L’IMPORTANZA DEL DIRETTORE SPORTIVO DURANTE LA STAGIONE

«Il direttore sportivo è centrale, ma non protagonista. Tante persone non conoscono nemmeno la sua importanza e la sua efficacia durante l’anno. Si pensa che faccia la squadra, anche se ultimamente non so nemmeno quanto possano farla i direttori sportivi, perché c’è l’allenatore che giustamente deve dire quali giocatori vuole e c’è la presidenza che mette i soldi e vuole decidere. Il direttore sportivo deve cercare di far collimare gli interessi dell’allenatore con quelli della società, pensando alla stagione ma anche ai giocatori del futuro, da rivendere e valorizzare. Durante l’anno deve aiutare l’allenatore a sviluppare il proprio gioco, ma anche attenuare i momenti di crisi. Non c’è soltanto il campo. Deve cercare di mantenere tutti motivati e propensi a raggiungere l’obiettivo nel miglior modo possibile. Il direttore sportivo deve avere tante funzionalità e rappresentare una sorta di termometro della società e della squadra».

IL RITIRO DAL CALCIO GIOCATO E LA POSSIBILITÀ DI TORNARE IN CAMPO

«L’intervista che è uscita non era nata con quel proposito. Chiaramente ora sono fuori, non ho un contratto. Ho avuto qualche interessamento, però sono stato io il primo a dire che non stavo bene fisicamente oppure che non era il posto giusto per andare in quel momento. Non sto cavalcando quell’onda, ma sto valutando altre cose da fare. Questo porta a pensare, sia a me sia agli altri, che Pavoletti abbia finito con il calcio giocato. In realtà mi piace ancora, perché mi sto allenando per il bene della mia gamba e sto avendo delle risposte positive. Allenarsi tutti i giorni oppure due volte alla settimana è tutta un’altra cosa, però riconosco che il mio corpo sta meglio. Dico: vediamo fino a gennaio se esce qualcosa, un’esperienza di vita, qualcosa che possa prendermi da dentro. Deve essere qualcosa che mi dia un’emozione. All’inizio magari giochi per un obiettivo o per i soldi, ora sarebbe proprio per riaccendere un fuoco che piano piano, negli anni della carriera, si è un po’ spento. Sto cercando quello e tengo uno spiraglio aperto, anche se tutti i segnali della mia testa e del mio corpo mi portano a pensare che Pavoletti stia prendendo un’altra strada».

LE DIFFICOLTÀ A JUVE STABIA E SASSUOLO

«Durante il ritiro, contro il Livorno, mi faccio male in amichevole e perdo giustamente la posizione. Forse il bello della mia carriera è proprio questo: mentre vivi certe situazioni non sai se stai prendendo le decisioni giuste. A posteriori mi accorgo che dopo le battute d’arresto più grandi ho sempre avuto grandi risposte. Non sapevo nemmeno di avere grandi doti di tempra e pazienza, le ho scoperte durante il percorso. È come un libro che leggi all’inizio e poi rileggi dopo, comprendendo significati che anni prima non avevi colto».

LA SVOLTA NELLA SUA CARRIERA E GLI ERRORI DI GIOVENTÙ

«Mi accorgo che all’inizio sbagliavo il modo di interpretare il calcio durante la settimana. Non ero un professionista al cento per cento. Pensavo a quello che si vedeva nei film: il calciatore, l’aperitivo e tutto il resto. Ero superficiale, molto superficiale. Andavo al centro sportivo quasi per passare un’ora tra amici. Non mi ero calato nella realtà di essere un professionista. Dopo l’esperienza alla Juve Stabia e soprattutto i sei mesi a Casale, dove giocavo ma avevo segnato soltanto tre gol, mi sono detto che molto probabilmente sarei dovuto andare a lavorare se non mi fossi svegliato. Ho fatto un patto con me stesso, senza sapere di avere quella forza e quegli strumenti».

«Ho cambiato la mia routine e sono rimasto molto più presente e concentrato sul campo. Il mio focus era soltanto quello. Prima pensavo di andare al negozio, al ristorante e poi, quasi per caso, c’era anche l’allenamento. Dopo avevo invertito le priorità, come doveva essere. Anche l’alimentazione era cambiata, l’aperitivo soltanto in certe occasioni. Non è che fossi diventato un santo, però in quel momento avevo bisogno di dare un bel giro di vite per capire come si fa il calciatore. Questa è diventata la mia forza nei momenti più difficili, perché sapevo che quando ero concentrato potevo fare le cose per bene. Prima non avevo nemmeno una base, poi ho riconosciuto di avere degli strumenti che fino all’esperienza di Lanciano non sapevo di possedere».

COME GUARDAVA LE PARTITE A CAGLIARI QUANDO ERA INFORTUNATO

«Avendo avuto tanti infortuni, ho visto la squadra molte volte dalla panchina, ma soprattutto dalla tribuna. Non mi è mai piaciuto stare a contatto con i giudizi degli altri durante la partita. Sono i miei compagni, se sento un giudizio negativo mi arrabbio e questo può influenzare il modo in cui guardo determinati giocatori. Ho sempre visto le partite isolato. A Cagliari lo sanno in tanti: dentro lo spogliatoio dello stadio, a pochi metri dal campo, c’era uno stanzino con la televisione. Io mi chiudevo lì dentro e guardavo la partita in differita, perché sentendo i boati dello stadio sapevo già cosa fosse successo. La guardavo senza il commento tecnico della televisione. Era diverso dal campo, ma affascinante. Forse c’era anche un po’ di scaramanzia, perché tante volte l’avevo vista lì e il Cagliari aveva vinto. Mi sentivo più utile alla squadra stando lì, soprattutto perché potevo capire quali consigli dare alla fine del primo tempo senza farmi influenzare dai commenti degli altri».

«Sono molto influenzabile e, conoscendo i miei limiti, devo trovare delle correzioni. Anche per questo scelgo di fare il direttore sportivo piuttosto che l’allenatore. Quando sei sempre a contatto con allenatori e giocatori devi essere vero e credibile in ogni momento. Prima o poi viene fuori quello che sei dentro. Io faccio fatica a nascondermi e spesso quello che penso mi esce subito. Facendo un passo indietro riesco a trovare il modo di dire e analizzare le cose, senza dover reagire nell’immediato».

LA SINCERITÀ E IL RAPPORTO CON ALLENATORI E GIOCATORI

«Credo molto nella verità e nella credibilità di quello che sei. Penso di dire tante volte la verità, magari è la mia verità, però credo che se la dico perché ci credo possa convincere anche altre persone. Non significa che faccia sempre le cose giuste, ma le faccio nel modo che ritengo più credibile. Se devo arrivare da un punto A a un punto B e mi invento cose che mi hanno messo in testa altri, prima o poi mi perdo. Quando sei tutti i giorni sul campo viene fuori quello che sei, non puoi fingere. Nel bene o nel male, perché tutti abbiamo una parte buona e una cattiva, devi essere credibile e coerente. L’allenatore giusto, il direttore giusto e il presidente giusto devono avere una linea e provare a portarla avanti. A volte ci riesci, altre volte servono suggerimenti, consigli, dibattito e dialogo. Ma devi mantenere la stessa coerenza con tutti».

IL RAPPORTO CON IL PADRE E LE PRESSIONI DA RAGAZZO

«Il rapporto con mio padre è molto particolare. È stato molto presente durante le partite, soprattutto nel periodo in cui tutti gli altri erano già diventati ragazzi e io ero ancora un bambino. In campo facevo fatica, perché gli altri erano più veloci, più pratici e più forti. Finivo le partite, tornavo a casa e c’era tutto il commento tecnico-tattico di mio padre, che era abbastanza pesante. Lui vedeva qualcosa in me, un fuoco. A volte si arrabbiava perché non ero riuscito a entrare mentalmente nella partita, altre volte perché non avevo segnato. Quando secondo lui non ero concentrato e non avevo dato il massimo, l’arrabbiatura era maggiore».

«Era però la persona che amavo più di tutte e lui mi amava più di tutti. Sapevo che dovevo sopportare quei quindici, venti o trenta minuti di sfogo, perché poi per tutto il resto del tempo mi avrebbe dato veramente la luna. Non per il calcio, ma perché ero suo figlio. Credo che in certi momenti abbia forgiato il Leonardo bambino e ragazzo. Me ne accorgo adesso nei rapporti con chi mi urla contro, con chi pensa di prevaricarmi o vuole fare il duro con me. Io non scappo e non mi chiudo, ma rispondo con la stessa intensità: tu mi urli, io ti urlo; tu sei calmo, io sono calmo».

«Mi ha dato un meccanismo di difesa che serve nella vita. Non è che mi piaccia, anzi, tante volte rivedo mio padre in quei comportamenti che allora odiavo. Riconosco però che questo meccanismo a volte mi ha dato dei vantaggi e altre volte degli svantaggi. Devo imparare a gestire meglio questa rabbia, soprattutto nei rapporti umani e lavorativi. Mi piacerebbe essere più freddo, più distaccato, riuscire a ragionare prima di rispondere. Al momento non ci riesco sempre, ma ci lavoro. Quando conosci una tua debolezza, provi a ridurla».

L’ESPERIENZA AL NAPOLI E LA SCELTA DI ANDARE VIA

«Mi sono ritrovato a Napoli, una piazza meravigliosa e con una passione incredibile, che avevo già vissuto anche a Genova. Però lì il livello tecnico si era alzato tantissimo. Mi sono trovato benissimo e, come ho sempre detto, se fossi stato io l’allenatore avrei lasciato Pavoletti in panchina, perché il livello era alto e la squadra giocava in un modo che non valorizzava le mie caratteristiche di attaccante. Era giusto così. Mi sono divertito, ho visto come i campioni preparano le partite, giocano e si allenano. Quell’esperienza mi ha dato tanto, però dovevo andare via perché altrimenti mi sarei perso. Ci sono anche tante agevolazioni che non sempre fanno bene. Andare a Cagliari dopo Napoli mi ha fortificato, perché avevo imparato come un campione gestisce determinati momenti e come una squadra deve fare scudo e restare unita nelle difficoltà».

PEPE REINA E LA LEADERSHIP NELLO SPOGLIATOIO DEL NAPOLI

«Sono molto legato a Pepe Reina, che era un leader ed era la persona più buona di questo mondo. Però in certi momenti, quando vedeva che la squadra o un singolo giocatore andava fuori strada, tirava palloni o si lamentava, era lui a rimettere le cose a posto. C’erano tanti ragazzi con qualità diverse e ho cercato di prendere qualcosa da ognuno di loro, soprattutto dal punto di vista umano e della gestione del gruppo. Ti porti dietro un bagaglio che fa comodo nel calcio e nella vita».

IL VALORE DEL GRUPPO NEL CALCIO

«Credo che per essere una buona squadra debbano esserci anche brave persone, che provano a migliorarsi e a essere buoni compagni. L’ho sempre considerato un valore fondamentale. Se sono un compagno di cui tu vai orgoglioso, sicuramente si vede anche in campo: ci aiutiamo, ti faccio fare gol, faccio una corsa in più per te. È un valore di cui si parla poco in un calcio sempre più individualista. Si parla di chi ha fatto quaranta gol, del singolo giocatore o del calcio dell’allenatore. Io invece credo sempre di più nel gruppo. È uno sport di squadra e alla fine vince sempre quello».

L’ESPERIENZA AL GENOA E L’EMOZIONE DI GIOCARE A MARASSI

«Mi ricordo la prima volta che sono entrato a Marassi. Ero già stato in belle piazze, ma non avevo mai vissuto Genova. Mi sembra fosse Genoa-Fiorentina, ero in panchina e c’era uno sciopero del tifo per dieci o quindici minuti. La partita era iniziata, mi ero concentrato e non ricordavo nemmeno dello sciopero. A un certo punto la curva ha iniziato con bandiere, cori e tutto il resto. Sono rimasto paralizzato, quasi impaurito, e mi sono detto: mamma mia, dove sono finito? Poi per fortuna la mia storia con il Genoa è andata bene. Sono diventato un beniamino per i gol e per il mio modo di essere. Genova è una piazza che vuole il giocatore che suda, si batte e fa gol, perché è abituata a grandi attaccanti».

«Un altro ricordo di Marassi è quando ci tornavo da avversario e avevo dei compagni stranieri che entravano in quello stadio per la prima volta. Vedevo i loro sguardi cambiare quando iniziava la partita e partivano certi cori. Mi dicevo: sono stato fortunato a essere stato un giocatore del Genoa».

GIAN PIERO GASPERINI: PERCHÉ È UN GENIO

«È un genio perché ha trasformato il calcio degli ultimi dieci anni, e lui lo faceva già prima. Quando una persona trasforma un modo di giocare, trova delle correzioni rispetto a come giocavano tutte le altre squadre e poi le altre squadre iniziano a copiarlo, secondo me significa che ha cambiato il calcio. È una fase del calcio, chiaramente, ma è qualcosa di geniale e non tutti ci riescono. Sono stato molto fortunato ad averlo avuto».

IL PRESSING E LA PREPARAZIONE FISICA DEL GENOA DI GASPERINI

«Avevamo una prepotenza fisica incredibile. All’epoca c’erano ancora tre cambi, quindi non riuscivi a sopperire alla fatica come oggi, quando con cinque sostituzioni puoi risistemare la squadra. A un certo punto della stagione, intorno al settantacinquesimo minuto, le altre squadre iniziavano a calare. Noi invece, grazie al lavoro di Gasperini e al suo modo di giocare, eravamo ancora lì a mordere tutti, in ogni momento. Vedevi gli avversari che iniziavano ad avere paura, non ne avevano più, mentre tu continuavi a martellarli. A quel punto iniziavi a divertirti e arrivavano le vittorie. Quell’anno conquistammo l’Europa, poi per problemi societari non ci andammo noi ma la Sampdoria. Ti accorgevi che a un certo punto giocavi come in allenamento, era diventato facile. Tutto merito suo».

CAGLIARI, IL RAPPORTO SPECIALE CON I TIFOSI E L’AMORE PER LA SARDEGNA

«Secondo me sono diventato importante, un eroe se vogliamo chiamarlo così, per i gol, per quello segnato all’ultimo minuto, per i gol di Bari e per tanti momenti importanti. Però credo di essere entrato nel cuore dei sardi e dei cagliaritani soprattutto per come mi comporto in città. Sono un ragazzo come tanti altri, non faccio niente di diverso. Ho un modo empatico di rapportarmi alle persone e riesco a entrare subito in connessione con loro. Vado al supermercato, mi ferma un signore e facciamo due battute sulla squadra. Poi mi sposto all’edicola e faccio altre due battute. Cagliari non è grandissima e ormai conosco tante persone. Anche soltanto salutare, dire ciao o buongiorno, mette di buon umore».

«Quando le persone mi riconoscono, vedo che si accendono i loro occhi. A volte mi fanno ridere alcune signore che incontro in aereo, magari hanno paura di volare e mi dicono che, vedendo Pavoletti a bordo, hanno pensato che non sarebbe potuto succedere nulla. Tra l’altro anche io soffro l’aereo. È come se diventassi una persona positiva, qualcuno vicino al quale ci si sente protetti».

IL SUO RUOLO DI CAPITANO E LA VICINANZA ALLA CITTÀ

«Penso di essere stato un buon capitano, che nei momenti difficili non si è nascosto, ma è rimasto a combattere, a prendere schiaffi insieme a tutti e a metterci la faccia. Sono questi piccoli aspetti umani, perché non è soltanto calcio, che ti rendono una persona speciale agli occhi della città. Ti fanno sentire uno di loro e allo stesso tempo io mi sento privilegiato. Diventi uno di loro perché sei contento di essere lì con loro. È uno scambio reciproco».

«Un giornalista mi ha detto che poche volte aveva visto un giocatore entrare così tanto nel cuore delle persone. Ci sono stati calciatori come Gigi Riva, che avevano qualità che purtroppo Madre Natura non mi ha dato. Sul campo rendevano felici le persone in quel modo. Io l’ho fatto alcune volte, non voglio essere troppo modesto, però non era la mia caratteristica principale. Ho cercato di rendere felici le persone anche con poco, perché magari bastano cinque minuti, oppure un minuto di qualità, per rendere speciale una giornata».

CLAUDIO RANIERI E LE SCELTE TATTICHE AL CAGLIARI

«Con mister Ranieri finalmente erano tornati i cross. Il Cagliari con lui era primo per media di cross e per me era un sogno. Peccato che fossi in una fase della carriera in cui non ero più al massimo. Ora, facendo il corso da direttore sportivo, stiamo analizzando anche l’area sportiva e la match analysis e vediamo che i cross stanno tornando sempre di più. Allora mi dico: forse non mi conviene smettere! A parte gli scherzi, per Ranieri il modo più semplice per arrivare a tirare in porta era quello di andare sulle fasce. Credo fosse la scelta più intelligente per la nostra formazione, perché bisogna fare la cosa più funzionale ai giocatori che hai. C’eravamo io e Lapadula: se non ci fai stare dentro l’area sei un pazzo. La prima cosa che disse fu proprio che, avendo Pavoletti e Lapadula, avrebbe fatto arrivare cross dalle fasce».

LA FINALE PLAYOFF DI BARI E IL PIANO DI RANIERI

«Il progetto di Bari era quello di tenere lo 0-0 fino al settantacinquesimo o all’ottantesimo minuto, non ricordo esattamente, e poi iniziare a buttare cross in area, perché qualcosa sarebbe successo. Era una cosa che ci aveva detto nei giorni precedenti, durante la preparazione della partita. Quando Ranieri ti diceva una cosa, ci credevi. La credibilità di cui parlavo prima nasceva dall’esperienza e dalle sensazioni che giorno dopo giorno ti aveva trasmesso. Ti aveva fatto capire che quando vedeva una cosa, quella era. E aveva ragione. Poi magari poteva farmi entrare un pochino prima, lo dico sempre, ma aveva ragione anche lì».

LA GRANDE QUALITÀ DI CLAUDIO RANIERI

«Secondo me la sua dote più grande è riuscire a fare in modo che ognuno, sia in campo sia in società sia in città, faccia il proprio dovere per la squadra e per raggiungere l’obiettivo. Credo che soltanto pochi allenatori, soltanto grandissime persone, riescano a farlo con quella credibilità di cui parlavamo all’inizio».

GLI ANEDDOTI RACCONTATI DA RANIERI E LA SUA MISSIONE A CAGLIARI

«Sì, raccontava qualcosa. Diversi aneddoti, ricordo quelli di Valencia con Romario, mi sembra. Ogni tanto gli piaceva raccontare, però quando era concentrato su una cosa, per lui il Cagliari era una religione. Aveva quella missione e doveva portarla a termine. C’era soltanto il Cagliari e direi che alla fine ha funzionato molto bene».

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