Zeman: «Conti importante anche quando non gioca» - Cagliari News 24
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2014

Zeman: «Conti importante anche quando non gioca»

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Protagonista della trasmissione “I Signori del Calcio”, andata in onda su SkySport, Zdenek Zeman ha parlato a ruota libera, partendo dal complesso rapporto con la Juventus:  «Sono juventino dalla nascita, nella mia famiglia si parlava solo di mio zio, io nato nel ’47, lui nel ’47 giocava nella Juve, mi parlavano solo di lui. Quando ho capito qualche cosa di calcio, l’ho sempre seguito. Non ho mai smesso, conosco la storia e quello che si è fatto, poi oggi ci sono tante polemiche che ho contro la Juventus, ma io ce l’ho con i personaggi che stavano alla Juve, che è diverso. A me dispiace che non siano venute fuori le intercettazioni perché si sarebbe capito cosa succedeva. Le mie dichiarazioni mi hanno danneggiato sul piano professionale ma spero di aver aiutato il calcio in generale. Ridirei tutto e aggiungerei altro ma in questo momento non ricordo bene», ha dichiarato l’allenatore del Cagliari.

Ha poi proseguito concentrandosi sulla stagione ’94-’95: «Siamo arrivati secondi con tanto distacco, ma la differenza era nelle due partite con la Juve, sei punti in più a noi e sei in meno a loro ed eravamo primi noi. Mi ricordo all’andata, vincevamo 1-0, poi ci fu l’espulsione di Cravero, per la regola del tocco di mano per cui si ammoniva, e invece è stato espulso. Nella seconda partita c’eravamo sul piano del gioco ma non su quello del risultato, e alla fine è quello che conta».

Zeman ha spostato poi il mirino sulla Roma e su quell’ultima avventura giallorossa che non si è conclusa affatto bene: «L’ultimo anno di Roma è stato strano, sono tornato perché convinto di poter dare qualche cosa e purtroppo dall’inizio sono nati problemi, non tanto con la squadra, ma di mentalità, su come andare avanti. Quindi si è sempre lavorato non nelle condizioni mentali giuste. Nonostante tutto si è lavorato, la Roma ha conquistato la finale di Coppa Italia, ha messo in vetrina giocatori come Marquinhos, Lamela e Osvaldo. Mi dispiace per i risultati perché sono convinto che la squadra, se c’era armonia e la stessa visione, poteva far bene come ora».

L’attenzione si sposta poi sul Cagliari, la sua nuova sfida: «Il Cagliari è di tutta la Sardegna, è bello avere dietro la gente che ti sostiene, che vuole vedere qualche cosa. Daniele Conti l’ho ritrovato dopo tanti anni, è migliorato, come personalità, oggi è l’uomo più importante della squadra, anche quando non gioca. Con me alla Roma era un ragazzino, lo vedevano come figlio di Bruno e a lui pesava».

Il tempo passa, ma non per il tecnico boemo, che ha ancora voglia di lavorare: «Ma non dipende da me. Fin quando i Presidenti mi affidano le squadre io vado avanti, fisicamente sto in piedi e mi basta. La mia vittoria da allenatore è fare una squadra che sia apprezzata dalla gente e che dia emozioni, poi i risultati non sono sempre specchio di quello che si è visto sul campo. Posso perdere una partita 4-0 ed essere contento e viceversa».

E spunta un retroscena su Antonio Conte, ora commissario tecnico della Nazionale: «E’ la partenza che mi avvicina a lui, quando io ero a Foggia e lui a Lecce ho tentato di farlo acquistare, poi non ci sono riuscito perché mio zio me l’ha rubato, anche su segnalazione mia l’ha portato alla Juve. Conte non si risparmiava, ha lavorato sempre, era un giocatore importante per la Juve e per la Nazionale. Ora che fa l’allenatore continua sul serio e fa diventare i giocatori com’era lui».

A proposito di allenatori, spazio poi alle considerazioni su Pep Guardiola: «Pensavo che fosse troppo facile fare l’allenatore del Barcellona. Mi sono ricreduto quando è passato al Bayern Monaco. L’anno prima aveva vinto tutto e lui è riuscito a migliorarlo. Troppo bravo. In Germania oggi il calcio è lo sport, si cerca di fare di tutto, non si risparmiano in campo e in allenamento, noi abbiamo una mentalità più permissiva e leggera, poi le differenze si vedono».

Infine, l’intervista si chiude parlando dei giocatori italiani più forti di sempre: «Da quando seguo il calcio italiano, l’Italia ha avuto tre fenomeni: Rivera, Baggio e Totti hanno avuto sempre qualcosa di più. Nesta per lunghi anni è stato il miglior difensore centrale del mondo, giocava solo contro tutti. E Signori, perché nel Piacenza da mezz’ala è diventato attaccante vero, ha vinto la classifica capocannonieri. Era sempre un giocherellone, quando hai fatto tanto e sei importante, vieni avvicinato da gente cattiva con altri fini. Lui ha dato sempre la sua disponibilità a tutti e l’ha data alla gente sbagliata».

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