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Editoriale

Super League, idea intrigante ma presupposti sbagliati. E se lo capisce JP Morgan…

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L’eco della Super League è ancora ben lontano dallo svanire: tra sanzioni e penali, siamo sicuri che l’idea fosse del tutto sbagliata?

Sembra passato un secolo dalla nascita della Super League per quanto l’afflusso di notizie e rivelazioni continui a imperversare minuto dopo minuto. Invece non siamo nemmeno ancora arrivati alla prima settimana di vita (più o meno) di un progetto che sembra destinato a occupare le prime pagine dei quotidiani per parecchio tempo.

Digerito a fatica il tourbillon di novità, è il momento delle riflessioni anche per i diretti interessati: Florentino Perez ammette qualche errore nella progettazione (e magari anche nella comunicazione…), Andrea Agnelli aveva già mercoledì alzato bandiera bianca di fronte all’evidenza dei fatti. Eppure né Real Madrid né Juventus sono uscite dal consorzio, al pari di Barcellona e Milan. Un atteggiamento che la UEFA non apprezza particolarmente e la minaccia di estromissione dalla Champions League la dice lunghissima.

La guerra politica evidentemente è ancora aperta, il tavolo delle trattative inevitabile. Anche perché, diciamolo chiaramente, la Super League non è un’idea del tutto sbagliata. Anzi. Un campionato di elite a 16 squadre garantirebbe senza discussione maggiori introiti nella casse delle società, con un necessario meccanismo di redistribuzione delle risorse fino alla base della piramide. Spettacolo e business assicurati, ma nel progetto attuale derivanti da presupposti completamente sbagliati.

E la nota diffusa in mattinata dalla finanziatrice JP Morgan evidenzia chiaramente gli errori di fondo. La sottovalutazione della reazione popolare all’origine del fallimento, il pensiero di poter esportare il modello americano in Europa illusorio anziché no. Il Vecchio Continente è stato culla dello sport, nell’estrazione più filosofica del termine, senza logica immaginare di poter accantonare il sacro valore della meritocrazia per lasciare spazio alle lobby a circuito chiuso. Un passo falso madornale quello commesso dai dodici compari, rimbalzati prepotentemente da tifosi, giocatori, allenatori e istituzioni.

Ha saputo coglierlo la multinazionale statunitense che ora però, metabolizzato l’inciampo, potrà scatenare la contromossa perché il calcio europeo è e resta un fronte d’investimento di altissimo interesse. Sarebbe forse bastato sedersi a un tavolo con la UEFA e correggere il tiro, anche perché la nuova Champions League ulteriormente allargata non sembra in effetti la direzione giusta per accrescere interesse e seguito.

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