Reginato: «Lo scudetto è storia. Il record? Merito anche dei miei compagni» - ESCLUSIVA - Cagliari News 24
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Reginato: «Lo scudetto è storia. Il record? Merito anche dei miei compagni» – ESCLUSIVA

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Verso il 12 aprile: a tu per tu con Adriano Reginato, secondo di Albertosi nell’anno dello scudetto e portiere del record di imbattibilità nel 1966

Adriano Reginato scherza sull’impresa dello scudetto del 1970: «Ho fatto lo spettatore, ho giocato solo 25 minuti». Il secondo di Albertosi però ha dato anche da fuori il contributo, anche in allenamento come ci racconterà in seguito. In esclusiva ai nostri microfoni, l’ex portiere del Cagliari ci ha raccontato anche il record del 1966, quando è rimasto imbattuto per i primi 712′ del campionato di Serie A. Nessuno è ancora riuscito a batterlo.

Reginato, tra poco più di una settimana sarà il 50° anniversario dello Scudetto. A distanza di mezzo secolo cosa si prova a ricordare ancora quell’impresa?
«Lo scudetto resterà nella storia. Nelle condizioni in cui si trovava la Sardegna, anche se siamo stati aiutati dall’esterno, non era semplice. Io più che un protagonista sono stato uno spettatore (ride, ndr), ho giocato solo 25 minuti. I miei compagni hanno fatto un’impresa meravigliosa, che è stata costruita negli anni prima. Quando sono arrivato nel ’66 avevo una squadra davanti che, se non si fa male Riva, poteva lottare per i primi posti. Poi piano piano con le pedine giuste siamo arrivati a conquistare lo scudetto».

Peccato che la situazione attuale non vi permetta di festeggiare.
«Ora non si può festeggiare. Nessuno pensava potesse capitare qualcosa del genere. Speriamo si possa festeggiare prima che finisca l’anno. Io ero già pronto a rivedere tutti i miei compagni, perché anche se siamo lontani siamo rimasti affezionati».

Oltre allo scudetto, Reginato detiene tutt’oggi il record di imbattibilità di inizio campionato.
«Torniamo al discorso di prima. Quando sono arrivato e ho fatto quel record, il merito sarà anche mio, ma la maggior parte dei meriti sono di quella squadra. Una squadra bellissima con un centrocampo buonissimo con Cera e Greatti che ragionavano in campo, non come ora. Devo a loro questa soddisfazione».

È vero che Albertosi lasciava sempre a lei l’onore di parare i tiri di Gigi Riva a fine allenamento?
«Non era Albertosi, ma un compito del secondo portiere. Quando ero titolare io, spettava a Pianta a prendere le bordate di Riva. Quando è arrivato Alberto è toccato a me. Però è stato un piacere, non un castigo. Lui non era così perché glielo diceva qualcuno, ma era il suo carattere e la sua forza, faceva di tutto per allenarsi al massimo per cercare la porta. Il suo lavoro era quello di fare gol dopo tutto. Tre o quattro volte alla settimana restava mezz’ora o un’ora dopo l’allenamento per tirare da tutte le posizioni. Senza il suo infortunio del ’66 non possiamo avere la controprova dello scudetto, ma vedevo la squadra progredire. Era la base della formazione dello scudetto».

Ha seguito il Cagliari quest’anno? La squadra è tornata a far sognare i tifosi fino a dicembre.
«Il Cagliari ci ha dato grandi soddisfazioni quest’anno, bisogna dire la verità. Anche io ero meravigliato e contento. Non si cancella ciò che hanno fatto. Nessuno poi può dire cosa sia successo, anche se tutti dicono la loro. Io ho visto un calo da Lecce. A Lecce si poteva pareggiare, l’hanno fatto anche Juve e Inter. Quella che ha dato la scossa negativa è stata quella con la Lazio in casa. Il Cagliari meritava di vincere, perché abbiamo lottato fino al 90′ anche se tecnicamente eravamo inferiori. Poi si è messo anche l’arbitro con i suoi 7 minuti di recupero senza chiamate al Var. Quello che è stato è stato, ma dopo quella partita qualcosa si è rotto. Noi non possiamo saperlo, loro sì. E se lo sanno, speriamo possano risolverlo quando torneranno a giocare».

E ora in panchina c’è un ex portiere come Zenga. Può essere l’uomo giusto?
«Preparato credo sia preparato. In Italia non ha allenato molto, ma all’estero sì. Quello che lui deve fare è parlare con i giocatori e capire cosa è successo e perché. La squadra è quella, non puoi cancellarla di colpo».

Cosa ne pensa del dualismo Cragno-Olsen? Meglio avere una gerarchia prestabilita oppure la concorrenza fa bene anche ai portieri?
«Lì sta nell’intelligenza dei portieri. Devono capire che l’allenatore farà fatica a decidere perché sono entrambi due bravi portieri. Olsen con la Roma si è visto poco, ma qua a Cagliari ha dimostrato la sua personalità e le sue doti tecniche. Cragno ha portato il Benevento in A e quando è tornato ha conquistato la Nazionale. L’allenatore sceglierà comunque bene, sa di non sbagliare. Meglio avere due buoni portieri che non averli. Loro devono capire le scelte e aiutarsi, come facevamo io e Albertosi. L’intelligenza loro sta nell’accettare il proprio ruolo e non creare degli inconvenienti».

Reginato ha vissuto una situazione simile in carriera?
«Prima di Cagliari no. A Torino facevo la riserva, mentre a Vicenza sono stato il titolare finché contro l’Inter non mi sono entrati sul ginocchio in uscita, tagliandomi con i tacchetti. Poi quando sono venuto a Cagliari c’era Pianta, ma Scopigno aveva scelto me e ho fatto un anno che ricorderò tutta la vita, grazie alla squadra che avevo. Poi quando è venuto Albertosi mi sono dato da tanto fare per poter dimostrare a Scopigno che avevo voglia di rubargli il posto, ma Albertosi si è dato da fare di più perché mi ha visto determinato. E’ stato meglio anche per lui, gli ho fatto da stimolo per potersi allenare e concentrarsi di più».

A Cagliari è arrivato nel 1966: come prese il trasferimento in Sardegna?
«Ero un professionista e ho accettato la destinazione. Mi ero appena sposato ed era nato mio figlio, non potevo star lì a pensare. Il Cagliari era una società come le altre che acquistava giocatori e da professionista dovevi andare, non guardando la città o la Sardegna. Però un po’ di malumore l’ho avuto, ma non per la Sardegna in sé ma per dover spostare tutta la famiglia».

Alla fine invece, come tanti altri, è rimasto a vivere sull’Isola.
«Alla fine è stata la mia fortuna. Qui sono cresciuti i miei figli e non sono più andato via. I sardi devono ritenersi fortunati».

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