Marco Sau, una lacrima sul viso

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Stadio Braglia, il Cagliari ha appena pareggiato in pieno recupero con Diego Farias, abile a raccogliere il rasoterra di Giannetti. Un pari avrebbe comunque il sapore di una sconfitta, dopo una gara amministrata con troppa sufficienza da parte dei sardi e ripresa dopo l’inaspettato vantaggio canarino. Farias corre verso la panchina, Rafael lo abbraccia e con fare frettoloso manda il manipolo di rossoblù festanti in campo: mancano 2 minuti e 30, si deve provare a vincere.

 

Passano i minuti, il risultato sembra ormai acquisito e pronto a trasformarsi in una delle milioni di statistiche del mondo del pallone. I cinque di recupero stanno scandendo, una manciata di secondi e Abisso decreterà la fine della contesa. 49 e 21, Farias è in area, si libera con una gran giocata di due uomini e mette palla in mezzo. Sau vede l’occasione del riscatto. Una gara di sacrificio la sua, senza infamia né lode, ma pesano come macigni quelle due chance mandate in fumo. L’attaccante colpisce di piatto destro, un secondo dopo la palla è in fondo alla rete. 49 e 25, parte la corsa senza freni di Marco Sau. Non esattamente uno che ha bisogno di presentazioni. E lo dimostra il fatto che, nonostante le ultime tre stagioni abbiano annebbiato i fasti degli anni d’oro, per Rastelli è imprescindibile. Sau arresta la sua corsa liberatoria nei pressi della bandierina del corner, obbligato dai compagni di squadra che lo sommergono.

 

Un corsa emblematica, intrisa di emozioni, soprattutto contrastanti. La gioia per un gol che potrebbe significare Serie A, la rabbia per non esser riuscito a far meglio in stagione e ancora la gioia per la rete ritrovata, che mancava dal 19 dicembre dello scorso anno.

 

Sau si è ormai liberato dalla morsa affettuosa dei compagni, ora è sommerso dalle emozioni. La mano al volto, forse per coprire qualche lacrima di gioia e commozione dopo un periodo difficile che dura da mesi. Sembra passata un’eternità da quel gol all’Udinese sotto i fischi di un Sant’Elia deluso per l’ormai matematica retrocessione. Allora non ci fu nessuna corsa, solo emozioni negative per una stagione da dimenticare sia per il Cagliari che per lui. Anche lì la mano al volto per coprire qualche lacrima amara, a testimonianza dell’attaccamento ai colori rossoblù nonostante i suoi modi apparentemente distaccati tanto criticati dai tifosi. Era il 31 maggio 2015, il Cagliari salutava la Serie A. Ieri, poco meno di dieci mesi dopo, ancora la mano sul volto. Il gesto è simile, se non identico. Il significato è opposto: il ciclo si chiude. Sotto la mano le lacrime non sono più di amarezza e sconforto, sono di gioia ed hanno il sapore di liberazione. Il gol che ha appena segnato può valere quella Serie A sfuggita dieci mesi fa e rilanciare la sua carriera, bloccata tra infortuni e sfortuna da ormai troppo tempo.

 

“Da una lacrima sul viso ho capito molte cose, dopo tanti e tanti mesi ora so cosa sono per te”, cantava Bobby Solo nel 1964. Oltre cinquant’anni dopo le parti sono invertite, ma la sostanza non cambia.

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