Marco Rossi: «Ho rifiutato la Premier League per amore dell'Ungheria» – ESCLUSIVA - Cagliari News 24
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Marco Rossi: «Ho rifiutato la Premier League per amore dell’Ungheria» – ESCLUSIVA

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Dal legame con l’Ungheria alle offerte ricevute dall’Inghilterra, il ct della nazionale magiara Marco Rossi in esclusiva per Calcio News 24

«Marco Rossi? We love him». Agli abitanti di Budapest, quando si fa il suo nome, si può scorgere una luce negli occhi. Dopotutto il tecnico italiano dalle parti della splendida capitale (e non solo…) è un totem, una sorta di ungherese d’adozione. Amore ampiamente corrisposto, come dichiarato a Calcio News 24 dal diretto interessato: «All’Ungheria mi lega un rapporto profondissimo, di rispetto e ammirazione, che va oltre il mio lavoro da allenatore. Le radici di questo legame non sono recenti e risalgono a quando ero un ragazzino. Mio padre si spaccava la schiena a lavoro, riuscivo a vederlo solo nel fine settimana. In compenso avevo mio nonno, gli devo la mia carriera da calciatore e poi da allenatore. Era lui che mi accompagnava agli allenamenti e mi scarrozzava di qua e di là. Era un ammiratore e tifoso del Grande Torino e della mitica Aranycsapat, la Squadra d’Oro ungherese di Puskas. Un giorno sì e l’altro pure snocciolava le formazioni delle due squadre a memoria, per me giocare nel Torino e poi ritrovarmi ad allenare l’Honved prima e l’Ungheria poi è un qualcosa che va semplicemente oltre. Il titolo con l’Honved nel 2017 è stata un’impresa, eravamo la squadra con il minor budget a disposizione».

Un amore dal quale deriva una pesante responsabilità: «Quando c’è un rapporto così emotivamente importante, senti tutto in maniera amplificata e sei portato a fare scelte pesanti. Dopo la bella figura agli Europei ho ricevuto due offerte dall’Inghilterra, una squadra di Championship e una di Premier League. Ho rifiutato senza pensarci, non me la sentivo di lasciare la nazionale in quel momento. La gente mi dimostra quotidianamente tutto il suo affetto».

Dopo l’Europeo però, qualcosa è cambiato: «Alla ripresa degli impegni con la nazionale, abbiamo perso contro l’Albania e ho sentito che qualcosa si è rotto. Io dico sempre che nel calcio non c’è riconoscenza, questo lo sapevo anche prima. Ho un contratto molto lungo che prevede una clausola rescissoria, ma se dovessero ripresentarsi delle opportunità quantomeno le prenderei in considerazione. La maggior parte delle persone è consapevole dei passi avanti che abbiamo fatto, non dimentichiamo che recentemente abbiamo pareggiato a Wembley contro l’Inghilterra con una squadra ridotta all’osso. Era dal 1953, nella storica partita vinta 6-3, che l’Ungheria non otteneva un risultato positivo contro gli inglesi. Negli ultimi tre anni abbiamo battuto la Croazia, mentre nel biennio precedentemente al mio arrivo, l’Ungheria perdeva contro Andorra e Lussemburgo. Dopo l’Europeo, diciamo che li avevamo abituati bene, sono un po’ stanco di questa situazione. Dai piani alti però, non mi hanno mai fatto mancare appoggio, stima e fiducia. Ma comincio a percepire un’aspettativa esagerata, che per quello che provo per questo paese è poco salutare. Ho sempre ragionato con il cuore, e non con la testa. Al contrario, dopo l’Europeo avrei salutato e sarei andato in Inghilterra. C’è chi pensa che quello fatto finora sia replicabile, siamo anche nella lega A della Nations League, e affronteremo le prime squadre d’Europa. A giugno 2022 andremo a giocare contro quattro di questi top team, e prevedo del malumore se non dovessimo fare qualche punto qua e là».

Un lavoro intenso e lungimirante quello del selezionatore italiano, con un focus particolare sul campionato ungherese: «Qui c’è una penuria di giocatori, io guardo tutte le partite della massima serie in Ungheria. Abbiamo portato a Wembley calciatori che senza un approfondita conoscenza del calcio magiaro non sarebbero mai stati convocati. Ho dichiarato in passato che non ci saremmo qualificati al Mondiale, partecipando in un girone composto da Inghilterra e Polonia. Ci manca il centravanti Adam Szalai che è infortunato, e non abbiamo un ricambio all’altezza. Le altre hanno Kane e Lewandowski più gli altri sostituti. La stessa Albania, pur essendo una nazionale non di spicco, contro di noi ha potuto inserire nell’ultimo quarto d’ora Bajrami, Manaj e Veseli che giocano in Serie A. L’Ungheria al momento ha solo 4 giocatori che giocano nei massimi campionati europei, e tutti in Bundesliga. La federazione sa che per fare bene deve puntare su di me, e non perché io sia il migliore del mondo, ma semplicemente l’unico che conosce così bene il calcio ungherese».

Un approccio non solo fisico e tecnico da parte di Rossi ai calciatori dell’Ungheria, ma anche e soprattutto mentale: «Hanno una mentalità particolare, mediamente c’è un atteggiamento di accontentarsi. Cerchiamo profili diversi. Infatti lavoriamo in questo senso con il mental coach, altrimenti si fa fatica. In pochi sono pronti per la Serie A, certamente uno di questi è Attila Szalai, centrale difensivo mancino. Ha carattere a differenza di altri, ha personalità e coraggio. Si vuole misurare, accetta la sfida e non ha paura. Ed è fondamentale se si vuole crescere e migliorare. Poi c’è anche Andras Schafer che è già stato in Italia al Genoa e al Chievo senza mai giocare. Ma ora credo sia pronto, è stabilmente nei primi undici».

Per Marco Rossi però, un futuro da allenatore in Italia è lontano: «Preferisco lavorare all’estero. Se dovessero arrivare offerte da Francia, Inghilterra, Spagna o Italia, non sceglierei di tornare in patria. La Premier League, con tutto il rispetto per la Serie A, è di un altro pianeta».

Il tecnico poi rimarca il lato affettivo dell’Ungheria nei confronti dei fasti del passato: «La cosa che mi ha colpito in questi anni è la grande nostalgia che hanno gli ungheresi. C’è anche molto rispetto per le vecchie glorie, basti pensare che nel campionato spesso va in scena il classico minuto di silenzio per i grandi calciatori di una volta. Cosa che non avviene in Italia, un esempio su tutti è la morte di Pietro Anastasi, e ciò è incredibile. Sotto questo punto di vista noi siamo indietro».

Parola di Marco Rossi, un’istituzione italiana nel paese di Puskas e della mitica Squadra D’Oro.

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