Semplicemente Daniele Conti

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Credo di non aver mai amato un calciatore del Cagliari come Daniele Conti. Per motivi anagrafici non ho conosciuto sul campo Gigi Riva e Francescoli, tanto per citarne due a caso, ma ringrazio di aver potuto ammirare il numero 5 rossoblù.

 

Quando guardi il calcio con gli occhi di un bambino ti innamori delle giocate del campione, del numero 10, di Gianfranco Zola. Ti innamori di come tratta la palla, delle sue punizioni, dei suoi gol e assist, tentando invano di emularlo. Quando guardi il calcio con gli occhi di un bambino ti innamori dell’attaccante che fa gol, quello in grado di fare 22 reti in una stagione e trascinare la squadra alla salvezza. In poche parole, David Suazo.

 

Ma quando cresci e guardi il calcio in modo più razionale capisci che il numero 10 che fa spettacolo e il numero 9 che fa gol non sono tutto. Se loro possono fare quelle cose è anche perché alle loro spalle c’è qualcuno che lavora per permetterglielo. E così ti innamori di chi sta in mezzo al campo, lotta su ogni pallone, sputa sangue per una maglia che ormai è diventata una seconda pelle. Quello che ha trasformato i fischi in applausi, unicamente lavorando sul campo, togliendosi di dosso la pesante ombra del padre e l’etichetta di “raccomandato”.

 

Daniele Conti potrebbe essere considerato un anti-eroe in un calcio moderno dove siamo bombardati dalle biciclette di Neymar e i doppi passi di Cristiano Ronaldo, dove i calciatori cambiano squadra due volte all’anno. Per me, invece, è Daniele Conti il vero eroe. Uno che non si è fatto problemi a rifiutare ingaggi di squadre importanti per rimanere in una terra che ama e che lo ama. Un eroe romantico, capace di regalare emozioni da leggenda. I gol al 90’ al Napoli, i gol alla Roma del papà Bruno, le doppiette contro il Torino seguite da due indimenticabili abbracci ai figli a bordo campo.

 

Credo di non aver mai amato un altro giocatore del Cagliari come Daniele Conti perché quando leggi il suo nome in mezzo ad altri dieci diversi di anno in anno non puoi non innamorartene. Di lui ho apprezzato tutto, compresi gli innumerevoli cartellini gialli, simbolo di un giocatore che mette la squadra davanti a se stesso.

 

Sono cresciuto con Daniele Conti, l’ho visto prendere prima le redini del centrocampo, poi della squadra, ereditando la fascia da capitano da Diego Lopez. L’ho visto cadere e rialzarsi, l’ho visto sbagliare rigori e segnare punizioni, l’ho visto farsi espellere e realizzare gol decisivi, l’ho visto difendere la propria squadra andando contro l’allora presidente del Cagliari («Sono fiero di essere su questa 500»). E purtroppo l’ho visto in lacrime, lo scorso 31 maggio al termine di un Cagliari-Udinese che nemmeno ha potuto/voluto giocare. Sarebbe stata la sua ultima partita, è stata la sua ultima stagione. Ha lasciato dopo 464 presenze (recordman assoluto della storia del Cagliari), 51 gol ed infinite emozioni.

 

C’è chi dice che è stato giusto così, i cicli nel calcio finiscono, ma una parte irrazionale di me l’avrebbe voluto vedere in campo ancora. Solo per cinque minuti, magari insieme a Dessena nel finale di Cagliari-Salernitana, giusto per non salutare con una retrocessione ma con una promozione.

 

Oggi invece affronterà in amichevole proprio il nuovo Cagliari, reduce dalla prima vittoria di un campionato di Serie B. Con lui ci saranno anche Esposito, Suazo, Langella, Abeijon e Lopez. Tutti giocatori della mia infanzia che proverò a guardare nuovamente con gli occhi di un bambino. Gli occhi di un bambino che non vedrà solamente i gol e le giocate spettacolari, ma soprattutto quello che farà il numero 5 in campo, per l’ultima volta.

 

Grazie Daniele, grazie Capitano.

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