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Cera: «Lo scudetto a Cagliari un’impresa, ma ce lo siamo meritato» – ESCLUSIVA

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12 aprile 1970: esattamente 50 anni fa, il Cagliari vinceva lo scudetto all’Amsicora. I ricordi del capitano di quella squadra, Pierluigi Cera

Oggi a Cagliari non si festeggia solo la Pasqua, ma lo scudetto del 1970. Esattamente 50 anni fa, il 12 aprile del 1970, i rossoblù superarono all’Amsicora il Bari per 2-0, conquistando la matematica certezza del titolo. Un’impresa che ha fatto la storia. Per riviverla, abbiamo intervistato in esclusiva il capitano di quella squadra: Pierluigi Cera.

Cera, esattamente 50 anni fa, il Cagliari vinceva lo scudetto. Un’impresa incredibile.
«Il Cagliari che vince lo scudetto non può essere altro che un’impresa. L’abbiamo meritato e forse lo meritavamo anche l’anno prima, quando siamo arrivati secondi».

E forse anche l’anno dopo.
«L’anno dopo si è fatto male Gigi ed eravamo fuori dalla lotta. Quando siamo arrivati secondi, invece, giocavamo un bel calcio. È stato l’input per l’anno dopo. Ci ha reso consapevoli che potevamo lottare per il titolo, questa è la verità. Nel ’69 si giocava bene, eravamo in testa in classifica e ci dicevamo “finché dura”. Non avevamo però la consapevolezza di poter essere partecipi. Altrimenti forse avremmo vinto anche quel campionato. Ce lo saremmo meritati».

Cosa si ricorda di quel 12 aprile con l’Amsicora in festa?
«Quando siamo andati in vantaggio sapevamo di aver vinto il campionato. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di festeggiare perché poi c’erano i Mondiali e la convocazione in Nazionale. Ci siamo persi la vera giornata in cui potevamo organizzare una grande festa, non c’è stato il tempo materiale per organizzarla. La Sardegna ha festeggiato, però non è stato un festeggiamento come poteva essere».

Lei era anche il capitano di quella squadra.
«Ero il capitano già al Verona a 21-22 anni, anche se in squadra c’erano giocatori con 10 anni più di me ed esperienza in Serie A. Non so se la scelta di darmi la fascia dipendesse dal carisma. Ho fatto il capitano anche quando sono andato poi a Cesena».

Quando è stato il momento in cui avete capito di poter vincere davvero lo scudetto?
«A Torino abbiamo capito che potevamo anche perderlo. Contro la Juventus era una partita decisiva e ci è stato dato un rigore contro. Dopo siamo riusciti a pareggiarla con un altro rigore altrettanto scandaloso. Non c’era né il primo né il secondo. In quel momento lì con Lo Bello c’è stato un battibecco di 5-6 minuti. Ho mandato a quel paese il guardalinee, anche se non c’entrava nulla. Presi due giornate di squalifica, c’era anche la sanzione aggravata perché ero capitano. Quella fu senz’altro la gara decisiva».

Durante quel campionato ha dovuto arretrare la sua posizione in campo: da mediano a libero dopo l’infortunio di Tomasini.
«Sì, Scopigno venne da me e mi disse “Piero, te la senti di giocare in difesa?”. Gli risposi di sì. A Verona io avevo giocato in tutti i ruoli: se c’era bisogno di fare il difensore, il tornante, la mezzala o il centravanti lo facevi. Gli risposi che avrei fatto il libero ma a modo mio. Non sarei rimasto dietro a prendere le palle perse e i tagli in profondità. Io intendevo il calcio in altra maniera. Dopo questo merito mi è stato riconosciuto: non avevi l’uomo in meno ma quello in più, che usciva e impostava. Io partecipavo al gioco. Prima le azioni partivano più avanti, come sono arretrato iniziavamo da dietro. E la difesa funzionava: abbiamo preso solo 11 gol in 30 partite. Davanti c’erano Gigi, Bobo e Domingo e dietro ce la siamo cavata bene. Il record di gol subiti è nostro ancora oggi. Eravamo forti. Nel 1969 siamo arrivati secondi, poi abbiamo preso consapevolezza».

Da difensore, ha anche giocato tutte le partite del Mondiale del 1970 in una Nazionale a forti tinte rossoblù.
«Eravamo in tanti, dopo tutto avevamo vinto lo scudetto. In Nazionale avevo esordito da centrocampista contro la Germania Est a Napoli. Poi eravamo andati a Madrid contro la Spagna e ha fatto due autoreti Salvadore. Da lì non è stato più convocato. Lo staff di Valcareggi mi aveva seguito a Cagliari da libero e anche in Nazionale ho iniziato a giocare lì. È stato un ruolo nuovo apprezzato da tutti. Scirea e Tricella dissero di ispirarsi a me. Era un nuovo modo di interpretare il ruolo come facevano già in altre nazioni, come Krol e Beckenbauer».

Di fatto, è stato il primo difensore di costruzione. Oggi ormai è abitudine vedere anche i centrali impostare l’azione.
«Hanno sempre detto che sono stato il precursore del ruolo in Italia. Oggi è cambiato, vedi tutte le squadre che vogliono impostare da dietro, anche se qualche volta fanno certi errori per non buttarla via. Ci sta come principio impostare l’azione da dietro, però delle volte il portiere dà la palla al difensore anche se è attaccato. Non sempre puoi farlo, bisogna anche saper mettere la palla lunga».

A proposito del calcio di oggi, ha seguito il campionato del Cagliari?
«L’ho visto giocare bene. Poi c’è stata una sequenza di partite negative, peccato. Si poteva sperare di andare in Europa».

La festa scudetto e il suo ritorno a Cagliari invece sono stati rimandati.
«L’ultima volta che sono venuto a Cagliari era 10 anni fa, per i 40 anni dello scudetto. Uscire fuori da questa situazione ora è dura, ci vorrà del tempo. Il club ci ha detto che in qualche maniera la festa si farà. Vedremo».

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