Cagliari, storia di una panchina rovente

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L’avvicendamento Maran-Zenga è solo l’ultimo in ordine cronologico: un viaggio nel recente passato della panchina rovente del Cagliari nel Contropiede firmato da Mario Frongia

La storia, baluardo inevitabile di civiltà e insegnamenti. Per chiunque, saggi, stolti e presuntuosi. Freezer che contiene successi e legnate. I primi, utili per avere applausi e profitti. I ko, buoni riferimenti per fare meglio nella quotidianità e progettare il futuro. Nello sport come nella vita. Tutto serve. Anche a non dimenticare. Ad esempio, il capitolo Zdenek Zeman. La nuova proprietà del Cagliari parte dal boemo. Finisce come sappiamo. Il calcio offensivo, totalizzante, dall’agonismo offensivo spesso esasperato e, se funziona, divertente, prima che dalle sconfitte sul campo viene azzoppato dagli interpreti. Forse, anzianotti e con caratteristiche poco adatte al podismo e alla tattica zemaniana. Ma questa non è un granché di notizia. Lo cacciano. A dicembre arriva Gianfranco Zola. Gli promettono almeno quattro rinforzi, uno per reparto. Arrivano Diakité (ex Lazio, emigrato in Spagna e fermo per infortunio), Gonzalez (in panchina a Verona), Husbauer (Sparta Praga), Brkic (salutato dall’Udinese), Mpoku e Cop, definiti giovani promettenti. Per tutti e sempre, l’augurio è quello di conquistare titoli e Pallone d’oro. Ma per stare in A serve gente pronta ed esperta. Se hai l’acqua alla gola, come quel Cagliari, gli esperimenti premiano di rado. Andrà come sappiamo. Anche a Magic box – con mezza squadra immusonita da subito e dopo un tortuoso peregrinare, anche per gli allenamenti – indicano l’aeroporto di Elmas. Un’umiliazione, con una sfacciata chiamata in causa successiva per operazioni di marketing e “conquista” del tifoso isolano che lascia basiti. Tant’è. Con lo spogliatoio formato polveriera, torna Zeman. Dura nulla. Ed ecco Gianluca Festa. Tosto e determinato. Dopo aver rimesso ordine nelle gerarchie del gruppo, il difensore ex Inter, Roma e Premier conquista 13 punti in 7 gare. Non basteranno al rinnovo, l’avrebbe meritato. Il Cagliari scivola in B. I fatti, dolorosi per la tifoseria, sono questi.

LA CAVALCATA E L’UNDICESIMO POSTO – Con Massimo Rastelli in panca e Stefano Capozucca d.s. si riparte dalla B. Rosa di alto profilo, con Storari capitano (un giorno ignominioso al portierone degli scudetti e delle coppe, pronto per fare da balia a Buffon in Champions, rimessosi in gioco con la maglia rossoblù per sfidare Latina, Lanciano e Pro Vercelli, leveranno la fascetta: ne parleremo in altre occasioni). Il Cagliari per la prima volta nella storia, vince il secondo campionato d’Italia. Si riparte. In A la musica cambia. Eppure, con il tecnico e la squadra neopromossa dai tanti esordienti, arriva undicesima. Nella gestione post Cellino il risultato è tuttora da battere. Ancora, solo e semplici fatti. La stagione seguente si salutano (annunciati e quasi tutti voluti dal club) Isla, Tachtsidis, Borriello (colpevole di segnare troppo e dover incassare quanto pattuito!), Bruno Alves e Murru. Arrivano Van der Wiel, Andreolli e Miangue. Ogni commento è superfluo.

L’EPOPEA MARANIANA – Macinata la gestione Diego Lopez (in sincrono con i senatori ma la salvezza arriva all’ultima giornata e il Pordenone, serie C, vince alla Sardegna Arena e va avanti in Coppa Italia andando a prendersi una quota sontuosa dell’incasso dei cinquantamila di San Siro, nel turno successivo con l’Inter), in panca arriva l’allenatore annunciato come perfetto. “Seguito e cercato da sempre, quello con cui impostare il futuro, verso i cento anni del club e il mezzo secolo dallo scudetto” fa sapere la società. Rolando Maran ha la tempra, e l’esperienza, giusta. Il rinnovamento è profondo. L’allenatore ha a disposizione un organico di pregio, specie in mediana. Ma dietro le lacune non mancano. E alla fine peseranno. Ma questa è storia attuale. Dietro l’esonero c’è anche altro. Risorse da destinare al nuovo stadio e all’ampliamento Sardegna Arena, Europa League, premi, fastidi, tra rinnovo e presente, e contratti dei big, tensioni nello spogliatoio (Castro ceduto alla Spal è stato solo l’iceberg?), mercato di gennaio insufficiente, intese tra proprietà, diesse e staff tecnico, coordinamento comunicazione (il secondo infortunio di Pavoletti dopo una cena in una strada del centro), manifestazioni e iniziative parallele ed extra club per il Centenario e i cinquant’anni dallo scudetto. Sia chiaro su questi temi va posto un doppio punto interrogativo. Magari tutto è al top, al Cagliari sono dei giganti su qualsiasi tema ed è stata ancora una volta solo sfiga, come questa maledetta pandemia. Però, la legittima sensazione esterna va anche su queste frequenze. E se si fa cronaca, è lecito interrogarsi su un mix che balza agli occhi anche degli appassionati più distratti. Che, per dirne una, hanno disertato il match più sentito: Cagliari-Napoli, tremila biglietti invenduti. Intanto, la prima risposta è stata da manuale: Maran e i suoi a casa. A seguire, anche quello che in principio è stato acclamato dalla società con comunicati e cordiali suggerimenti: il professor De Bellis. Tecnico e preparatore silurati dopo aver fatto tredici risultati positivi utili di fila, per poi compierne undici al contrario. Sì, panchina rovente.