2015

Un popolo smarrito

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C’è una parte di noi tifosi che non rinuncia a crederci… troppo brutto e rocambolesco questo campionato per esser vero.
E’ un Cagliari mai come prima d’ora privato della propria identità, lontano anni luce da quella squadra, bandiera di un popolo che da un decennio rappresentava saldamente, al di là di tutto, una regione intera nell’Olimpo del calcio che conta.

Non c’è la cocciutaggine dei sardi in questa squadra, non c’è la dignità, l’orgoglio di camminare fieri e a testa alta anche davanti a chi da una vita ci chiama tutti pastori, non c’è la generosità degli isolani, pronti ad offrirti il cuore o un pezzo di braccio per la causa di un obbiettivo comune e purtroppo, a dirla tutta, ammettiamo tristemente che non c’è proprio una squadra.

Era iniziata bene la favola di Giulini, nonostante lo scetticismo iniziale, dovuto a quella sensazione di dover finire per soccombere sempre al padrone venuto da fuori a conquistare i nostri tesori, la gente aveva voluto credere ad un progetto di crescita e Zeman aveva riportato entusiasmo e tanti tifosi allo stadio, come non si vedeva da anni.
Poi la caduta libera, Zeman, si sa, è un allenatore particolare, o lo ami o lo odi, la gente da queste parti aveva scelto da che parte stare e nonostante i risultati tardassero ad arrivare, lo aveva palesato da subito.
Ma il progetto è naufragato alle prime vere difficoltà, è subentrata la paura di non farcela e si è finito col credere che davvero non si è in grado di salvarsi.

E sul campo di battaglia, per ora, restano solo tanti feriti.
Un condottiero costretto a lasciare il lavoro troppo presto, un campione, idolo delle folle, convinto a far l’allenatore con risultati davvero dubbi, ragazzini sconosciuti e senza mordente, che non sentono loro la maglia e che scalpitano solo per mettersi in mostra senza peraltro riuscirci.
E ormai agonizzanti poco più in là restano sopratutto i tifosi, ai quali ogni domenica viene strappato un pezzo di cuore, a cui è stato chiesto di rinunciare alle loro bandiere, al divertimento di Zeman, al ricordo di Zola, all’amore viscerale per i colori della propria terra.

No, tutto insieme così davvero non ce l’aspettavamo, sapevamo ci sarebbe stato da soffrire, ma noi siamo abituati a farlo, siamo gente temprata dal mare e dal maestrale, sapevamo di dover subire un profondo cambiamento nel post Cellino, ma il prezzo che ci viene richiesto è davvero troppo alto e ora le cose si mettono davvero male e il desiderio, ogni maledetta domenica, è solo quello di entrare in campo e strappare dal petto quelle maglie simbolo che sono state di grandi sportivi e grandi uomini, motivo per noi d’orgoglio e identità.
Quell’identità venduta la scorsa estate al miglior offerente che, forse in buona fede, ha pensato di plasmare il suo nuovo giocattolo e adattarlo al calcio moderno non valutando minimamente cosa rappresenti il rossoblù per un sardo.
Allora presidente, non c’è tempo da perdere, si allinei al pensiero dei tifosi e faccia tirar fuori gli attributi ad ogni singolo giocatore di questa squadra strampalata e come lo sponsor di ieri, uno dei tanti di questo Cagliari formato spazio pubblicitario, lo faccia presto, anzi SUBITO, perché in Serie B ci possiamo anche andare, ma a testa alta e con dignità come da sempre e per tutte le cose facciamo noi sardi.

 

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