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Editoriale

Osimhen e l’infortunio shock: queste regole non preservano i giocatori

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Continua a far discutere il grave infortunio di Osimhen, vittima della sfortuna e di nuove regole che non preservano i calciatori

Una mazzata che forse nessuno si attendeva a caldo: l’infortunio di Victor Osimhen è di fatto ben più grave del previsto e rischia di tenere fuori l’attaccante nigeriano per circa tre mesi. Il comunicato del Napoli al termine dell’operazione è stata una doccia ghiacciata per tutti i tifosi partenopei che auspicavano un risveglio decisamente più dolce.

Uno shock tremendo, addirittura superato dalle parole del chirurgo che ha letteralmente ricostruito il volto del bomber, Gianpaolo Tartaro: «L’infortunio di Victor Osimhen non è stato una semplice fattura allo zigomo ma ha interessato anche diverse ossa del viso. Non è stato un trauma da urto, bensì da compressione: la forza cinetica generata dallo schiacciamento del viso di Osimhen contro quello di Skriniar ha creato un danno devastante. Per ricomporre le fratture ho dovuto inserire sei placche e ben diciotto viti. Le condizioni del viso del calciatore erano pessime ma garantisco che l’intervento è perfettamente riuscito».

Impossibile non considerarla una fatalità, ma è altrettanto vero che una riflessione più profonda vada fatta. Su come sta evolvendo il gioco e su come e quanto le nuove regole incidano sulle dinamiche. Chiunque abbia giocato a calcio conosce perfettamente la differenza tra colpire l’avversario con una gomitata e allargare il braccio per proteggersi. Uniformare o quasi le sanzioni disciplinari ha creato equivoci pericolosi nei comportamenti dei giocatori, costretti spesso a movimenti innaturali.

Perché forse l’incidente di Osimhen non sarebbe successo se lui e Skriniar fossero saltati come ai “vecchi tempi”, senza il timore di incorrere in un rigore o in un cartellino. Così come l’altro pauroso scontro frontale tra Ospina e il centravanti dell’Inter Dzeko si sarebbe potuto magari evitare. E chissà quanti altri ancora ne potranno succedere per “colpa” di queste regole che cozzano con il buon senso e, soprattutto, non preservano l’incolumità dei calciatori.