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Melis: «Pisacane ha dimostrato di essere capace! Il calcio italiano è in declino, i giovani giocano solo perché c’è una regola che lo impone» – ESCLUSIVA

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Emiliano Melis, ex giocatore del Cagliari, ci ha concesso un’intervista esclusiva sugli anni da rossoblù, il suo lavoro con i giovani e Fabio Pisacane

Emiliano Melis è cresciuto nel settore giovanile dei rossoblù fin dalla categoria esordienti per poi esordire in prima squadra finendo per giocarci 56 partite condite da 7 reti. L’ex attaccante del Cagliari ha parlato con noi in esclusiva su diversi temi tra la squadra di Fabio Pisacane e il suo passato nel club sardo.

Oggi Melis gestisce una scuola calcio e vede da vicino i cambiamenti nelle nuove generazioni e per questo con noi ha parlato anche dei metodi di allenamento, dei problemi del calcio italiano e di cosa è cambiato rispetto ai suoi tempi nella gestione dei ragazzi. Le sue parole:

Che idea si è fatto di Fabio Pisacane come tecnico dopo questa prima stagione?

«Si può dire che ha fatto un ottimo lavoro, comunque veniva senza nessuna esperienza in una prima squadra, aveva fatto soltanto Primavera e si può dire che alla sua prima stagione ha fatto un grandissimo lavoro. Ha raggiunto l’obiettivo, ha valorizzato qualche giocatore, quindi penso sia in linea perfetta con i programmi iniziali. C’è da restare fiduciosi e da tifosi del Cagliari ci auguriamo che possa essere un’altra annata senza grossi patemi, raggiungendo l’obiettivo il prima possibile. Secondo me Pisacane ha dimostrato di essere capace. Ci sono giocatori del Cagliari che ti hanno stupito a livello tecnico? Di quelli di quest’anno no, sinceramente è una buona squadra, dai, il livello tecnico è nella media, ma non ci sono giocatori alla O’Neill o Zola o anche solo calciatori minimamente avvicinabili. È una buona squadra, un livello tecnico accettabile, però nessun giocatore è sopra le righe. Tutti normali, buoni giocatori».

Cosa ricorda degli anni vissuti al Cagliari e cosa si porta dietro della sua esperienza in prima squadra?

«Diciamo che non posso che avere bei ricordi di quel periodo! Io sono partito dal Don Orione di Selargius e poi dagli Esordienti sono passato al Cagliari, quindi avevo 12 anni. Sono arrivato fino a coronare il sogno di giocare per il Cagliari in Serie B, poi ci sono stati alcuni altri momenti come l’esordio in Serie A il primo anno. Sono riuscito a coronare il sogno che è quello di tutti i bambini cagliaritani, ovvero giocare nel Cagliari. Ho solamente bei ricordi, non potrebbe essere diversamente».

Il momento dell’esordio com’è stato?

«Eravamo in trasferta contro il Bologna, quindi al Dall’Ara. Era una partita in notturna, forse un posticipo, il 6 gennaio, quindi era anche una giornata di festa. Mi era già capitato tre volte di riscaldarmi, di essere in panchina e il mister mi diceva di fare il riscaldamento però in quelle volte ovviamente non c’è stata la chiamata, e invece quel giorno è arrivato l’esordio. Nel momento in cui mi ha chiamato il mister l’emozione è stata fortissima. Ovviamente quando entri in campo entri in quella dimensione per cui per 10 secondi non capisci neanche dove sei. Però poi alla fine ti dico la verità, c’è stato quel primo pallone toccato poi tutto svanisce, pensi solo alla partita e a dare un apporto alla squadra. Dopo ovviamente realizzi: l’emozione, la felicità dei parenti, dei genitori, in quel momento capisci cosa hai fatto. Alla fine te l’ho detto, è stato il coronamento di un sogno. Dopo io ho avuto la fortuna di giocarne anche altre di partite in quella stagione, tra campionato e coppa, un’altra ventina di partite in Serie A, quindi anche contro grandi campioni. L’emozione c’era in ogni partita, stiamo parlando del 2000, quindi quando giocavano ancora tanti campioni in Italia da Baggio, a Del Piero, Totti, Zidane, Nesta, Maldini, te ne potrei nominare tanti di fuori classe, quindi ti lascio immaginare. Ai tempi erano tutti qua, la Serie A era di gran lunga il primo campionato come livello. Quello che adesso può essere la Premier League o la Liga spagnola dove ci sono i veri fuoriclasse. In Italia oramai o arrivano a 35 anni i campioni o magari giovanissimi e ancora da scoprire»

Quali erano le cose che le piacevano di più e quelle che le piacevano meno quando giocava in Primavera? Tra allenamenti, metodologie e lavoro in generale.

«Conservo ottimi ricordi di quegli anni in Primavera, anche perché ho avuto la fortuna di avere due veri e propri maestri, ovvero l’allenatore che era Salvori e il suo collaboratore, preparatore atletico, che era Gianfranco Ibba. Quindi in quella fascia di età ho avuto la fortuna di avere due due fuoriclasse a cui tanti di noi dobbiamo gran parte della carriera, nel senso che è stata fondamentale la loro presenza in quella fascia di età, dove ci hanno ci hanno insegnato tantissimo. Tutto ciò può essere legato al calcio ma anche all’extracalcio, l’approccio agli allenamenti, la cura dei dettagli, quanto è importante il riposare, quanto è importante allenarsi e quindi io conservo solamente ottimi ricordi di quegli anni. Mi ricordo che ho fatto 3 anni in Primavera e abbiamo fatto 3 anni i playoff scudetto, è vero che non era la Primavera come adesso che c’è Primavera 1 e la 2, era tutto unico, però noi li abbiamo fatti per 3 anni di fila, abbiamo raggiunto anche la semifinale di Coppa. La cosa bella è che comunque l’ossatura era di giocatori sardi, quasi solo cagliaritani. Adesso vedo la Primavera ed è cambiato tutto, l’anno scorso mi è capitato di leggere la formazione poche volte e ho visto che in Primavera ci giocano 12-13 stranieri su 18 giocatori, il tutto per poi arrivare terzultimi, è una follia per me. E’ cambiato tutto».

«Il Cagliari è una squadra un po’ diversa dalle altre, quel senso di appartenenza i sardi ce l’hanno più marcato rispetto ad altri. Io sono per una squadra dove ci dev’essere un’identità, come ti ho detto l’ossatura dev’essere di giocatori sardi del settore giovanile. Non ti dico che lo debbano essere tutti perché comunque poi capisco che la Primavera è di livello alto, ma non ci voglio credere che il Cagliari ha bisogno di 13 stranieri per arrivare terzultimo. Quello mi sembra folle, quindi mi auguro invece di rivedere una Primavera come magari lo era anche prima, con gran parte dei giocatori sardi che hanno un’identità, e son loro che poi trascinano quei rinforzi che arrivano da fuori. Come con noi giocava Enzo Maresca, il quale però era un valore aggiunto. Finché arriva uno che veramente ti dà un valore aggiunto allora ben venga, questo fa crescere il valore della squadra, ma se deve arrivare un ragazzo da fuori solo perché arriva da fuori e prende il posto a un ragazzino di Cagliari per me è una follia».

Si sente parlare tanto del fatto che “i giovani non giocano più per strada”. Cosa ne pensa?

«Io ho fatto tutta l’attività di base al Don Orione Selargius. Ho concluso la categoria dei 15 anni, quindi diciamo che sono arrivato al Cagliari che ero già, tra virgolette, formato. I miei primi anni di calcio sono stati nella società sotto casa mia praticamente, dove sono nato, nella parrocchia. C’era il campetto dell’oratorio, che è quello che un pochino manca adesso, ecco. Erano più le ore di calcio libero rispetto a quelle di scuola calcio vera e propria. Adesso ovviamente è un po’ cambiato tutto, ma è cambiato il mondo in generale. Infatti, quando si vuole colpevolizzare i giovani mi viene da ridere, nel senso che poi è un luogo comune dire “I ragazzi, i giovani non sono più come quelli di una volta, non hanno voglia”, non sono assolutamente d’accordo, oggi purtroppo hanno meno possibilità. Ci sono molti meno spazi liberi dove loro possano andare a giocare rispetto a quelli che c’erano prima, si parla molto di giocare in strada, e ovviamente quando ero piccolino io passavo la mattina lì e passavano al massimo due macchine. Adesso sarebbe impensabile, ogni famiglia adesso ha quattro macchine, prima forse ne avevano una. La cosa da dire è che loro ora non hanno spazi, anche prima quelli che erano spazi liberi dove poter andare a giocare, come il campetto dell’oratorio, oramai quasi non esistono più, è anche difficile ritagliarsi dello spazio. Io ho notato che i ragazzi quando hanno la possibilità comunque giocano ininterrottamente anche loro quelle tre-quattro ore. Ci sono altre scusanti che possono essere il telefonino che prima non c’era, che possono essere quello che si dice come PlayStation, però voglio dire la passione per il calcio ce l’hanno anche adesso».

In Sardegna storicamente produciamo tanti buoni giocatori, ma molti spesso non escono dall’isola. Perché succede questa cosa?

«Sicuramente a livello generale i sardi sono un po’ diversi dagli altri. Immagino magari un ragazzo di Firenze chiamato dal Milan. Sì, è vero che va a giocare in un’altra città e deve cambiare scuola, deve cambiare amici, eccetera, vive lì. Ma è diverso, nel senso che tu comunque prendi un treno e in un paio d’ore sei a casa in qualsiasi momento. Il ragazzino sardo comunque che si che si stacca dalla sue radici e dalla sua famiglia, a 13-14 anni è un po’ più difficile effettivamente, perché comunque è sempre un po’ più legato alla suo terra. Però la storia è piena di esempi di ragazzi sardi che si sono affermati fuori, non è mai stato un problema quello. Oramai sono cambiate le regole nel settore giovanile, ora si firma il contratto ogni due anni, prima quando tu firmavi il contratto con un settore giovanile, come quello del Cagliari, eri pressoché legato alla società. Invece ora ogni due anni praticamente c’è un rinnovo e quindi capita che ti svincoli a 14 o 16 anni, quindi ci sono molte più possibilità ora di andare di andare fuori a giocare; e viceversa, cioè c’è qualcun altro che da fuori può venire a Cagliari».

Uno dei temi ricorrenti è il fatto che non nascono più giocatori alla Del Piero, Totti e Cassano. Crede che sia così o che non vengano valorizzati? Come si spiega questa cosa?

«Se facciamo una riflessione secondo me è proprio un dato di fatto, una cosa che poi si riporta nei risultati della Nazionale. Secondo me l’ultima generazione di campioni veri italiani è stata quella dei giocatori nati negli anni ’70, i vari Pirlo, Buffon, Del Piero, Nesta, Totti. Quella generazione che ha vinto poi il Mondiale del 2006. Sì, ci sono stati altri campioni nati nei primi anni ’80, che possono essere Chiellini e Cassano. Se tu ci fai caso, io sfido chiunque a trovare un campione degno di quei nomi che ti ho fatto che è nato dall’85 in poi. Sono nati alcuni buoni giocatori, ma non è più nato un campione. Le motivazioni sicuramente son tantissime, ci vorrebbero davvero 10 pagine di giornale per dire, però è un dato di fatto. Prima i campioni nascevano, per non parlare di quelli nati negli anni ’60, io mi ricordo Baggio, Maldini, Mancini, cioè anche quelli hanno fatto le finali mondiali, hanno fatto gli Europei, per non parlare della generazione prima di Bruno Conti e Cabrini. C’era la generazione di quelli nati nel ’70 che aveva 10/15 fuoriclasse, per non parlare dei nati negli anni 50 e 60. E però poi non ne è più nato uno, è la verità! Non è un caso che l’Italia non si qualifica ai Mondiali da così tanti anni. In effetti oramai per la Nazionale italiana tutti credono di avere la medicina pronta, ma al momento si tratta di una squadra scarsa! Perché effettivamente se io adesso chiedo a chiunque: “Chi è il giocatore italiano più forte in questo momento?”, chi mi puoi nominare? Forse l’unico campione chi è, Donnarumma? Gli altri te li ho detti e nominati, Bastoni, Barella, con tutto il rispetto! Ma prima mi potevi nominare 25 giocatori! Avevi 25 campioni, fuoriclasse! Cioè se pensiamo a giocatori della mia generazione che magari non venivano manco presi in considerazione in Nazionale, ma era gente che faceva 20 gol all’anno in Serie A, i Di Michele, i Di Natale, erano campioni veri. Quindi la verità è che non è più nato un campione, possiamo stare a chiacchierare quanto vogliamo, però poi il campo dice sempre la verità. La Nazionale italiana in questo momento è in crisi, abbiamo vinto l’Europeo, sì, è vero, ma può essere paragonabile a un’eccezione come quando l’ha vinto la Grecia e la Danimarca, cioè è stata una casualità quell’Europeo. Magari si è pensato che bastasse formare e dare più importanza agli allenatori e alla tattica, vedere i video, quando invece la cosa importante è lavorare sul campo. Quindi è un dato di fatto, non son più nati campioni. Non c’è più un giocatore italiano nato dall’80 in poi che possa paragonarsi a a quei giocatori lì».

Un altro fattore che viene spesso tirato in ballo in questi casi è il fatto che si punti troppo sulla fisicità e troppo poco sulla tecnica. Cosa ne pensa?

«Sì, sì, assolutamente sì, è uno dei problemi e ce ne sono molti. Uno è questo, oramai comunque nelle società professionistiche la prima cosa che si guarda assolutamente è il fisico. E infatti ben venga che il Mondiale l’ha vinto la Spagna, ha dato una lezione morale a tutti! Dove praticamente al centro di tutto cosa c’è? La tecnica! La Spagna ha dimostrato che è una squadra fisicamente normalissima, dove c’è qualcuno alto, qualcuno basso, qualcuno magro, qualcuno un po’ più robusto, ma è una squadra normalissima dove però il comune denominatore è una tecnica pazzesca, loro negli anni hanno copiato da noi che prima privilegiavamo il talento! Oramai l’abbiamo abbandonato. Oramai se non sei un 1,90 m quasi sembra che non puoi giocare a calcio, invece la Spagna continua a prediligere il talento. E ha dato una lezione alla Francia in semifinale e all’Argentina mettendo al centro di tutto la tecnica. Hanno fatto vedere che sono tecnicamente superiori, la palla viaggia a mille all’ora, hanno un grandioso primo controllo, il passaggio è sempre perfetto, son tutti forti tecnicamente. L’Italia dovrebbe prendere da lezione perché la Spagna ha vinto perché ed è tecnicamente la più forte delle altre, non perché lo erano fisicamente; in tal caso avrebbe dovuto vincere la Francia perché erano tutti strutturati fisicamente. E no, gli hanno nascosto la palla!».

Nell’ottica dei discorsi che abbiamo fatto sui problemi del calcio moderno e sulle politiche sui giovani, cosa ne pensi degli ultimi avvenimenti che hanno visto protagonista, in negativo, la FIGC?

«In Nazionale si parla tanto dei giovani, ma al momento si sta vedendo uno spettacolo indecoroso. Tutto quello che sta succedendo è proprio l’emblema che fa capire che il calcio italiano che è in una situazione di degrado totale. Ci riempiamo la bocca, si parla di giovani e c’abbiamo Malagò che c’avrà 80 anni, hanno preso Ranieri che ne ha 80, Mancini che non lo so quanti ne ha, e il secondo di Mancini è Oriali, cioè tutti si riempiono la bocca “Sì, i giovani!”. Ma comunque c’è la politica dietro al pallone e quello è uno dei problemi principali. E’ tutto uno spettacolo indecoroso quello che sta offrendo il calcio italiano, ma veramente è in una situazione che più allo sbando non si può, siamo quasi a un punto di non ritorno. E’ stato tutto un teatrino indecoroso quello che si sta offrendo ultimamente, cioè proprio il classico gioco di poltrone, uno spettacolo brutto da vedere. Parliamo di giovani, basta vedere chi comanda. L’età media cos’è, 75 anni? Ma di cosa stiamo parlando? Avevamo un barlume di speranza con Silvio Baldini, che comunque ha detto più cose sensate lui in due conferenze stampa che che tutti gli altri in cinque. Baldini stava ridando un briciolo di dignità e di speranza perché ha parlato solamente di temi importanti, e poi ovviamente l’hanno fatto fuori. L’unica cosa a cui dobbiamo sperare sono le nuove generazioni di giovani, speriamo ci diano soddisfazioni. Però bisogna crederci davvero nei giovani, non a parole. Io sono non a favore dei giovani, di più, cioè li farei giocare veramente sempre e non solo al posto dei vari over. E però allo stesso tempo ti dico che uno dei problemi del calcio è proprio la regola dei giovani, la regola che c’è in Serie D e in C. Io sono a favore loro, ma se tu li fai giocare per grazia ricevuta gli stai facendo solamente del male, uno deve giocare per meritocrazia, la meritocrazia deve essere alla base di tutto. Non devi giocare perché oggi la regola impone che deve giocare il 2007, e poi quello lì l’anno prossimo non gioca perché deve giocare il 2008. E’ proprio sbagliato, ma poi gli fai fare 2-3 anni che lui gioca perché deve giocare, quindi non si sta conquistando nulla, non c’è meritocrazia nel gioco, e gli stai facendo del male. Quindi uno dei mali del calcio è proprio la regola dei giovani, a maggior ragione in Lega Pro dove addirittura danno i soldi per farli giocare, lì c’è proprio il marcio più totale. Bisogna credere realmente nei giovani, ma non perché c’è una regola che lo impone, la regola va proprio contro di loro. Se tu li fai giocare per grazia ricevuta, quello ovviamente per 2-3 anni si allenerà al 30%, perché sa che gioca lo stesso, non si è conquistato il posto. E poi finisce la sua età e faranno giocare quell’altro perché la regola glielo impone. E soprattutto i giovani dove li mettono? Tutti o terzini o esterni dove fanno meno danni. E finiscono per snaturare un ragazzo che magari è un centrocampista centrale e lo mettono a fare l’esterno, magari un ragazzino è un difensore centrale ma da difensore centrale tutti vogliono gli esperti e lo mettono a fare il terzino. E quindi tu per 3-4 anni stai snaturando e rovinando i ragazzini. So che i problemi sono davvero tantissimi. Il calcio italiano è sceso proprio in un declino totale».

Il tema del ritardo strutturale è stato sbandierato da tanti e se in Italia rappresenta un problema, ancora di più lo è in Sardegna. Sei d’accordo?

«Io quello che posso dire è che adesso noi gestendo comunque abbiamo una scuola calcio con oltre 500 ragazzi, quindi e loro la passione ce l’hanno ancora, ovviamente compatibilmente con i tempi moderni in cui andiamo. Una cosa importante dovrebbe essere proprio nelle strutture sportive. Da poco a noi ci è capitato di andare a fare qualche torneo fuori con la nostra scuola calcio, siamo stati a Budapest anche l’anno scorso, e ho visto strutture sportive veramente all’avanguardia. Quello che io noto è che dovrebbe partire proprio dalle politiche nazionali, cioè investire nelle strutture. Noi adesso a Selargius abbiamo la Futura Sales, ma è una struttura privata la nostra, cioè sono delle tra virgolette imprenditori che si sono messi a investire in una struttura sportiva. È diverso, cioè ci vorrebbero anche delle strutture comunali, ci vorrebbero spazi adeguati perché a volte sei costretto a far allenare i giovani in campi piccoli da calcio a 7 e magari ci sono all’interno due squadre che si allenano in metà campo. A livello di politica nazionale bisognerebbe andare davvero a investire su strutture sportive, ma non parliamo solo del calcio, questa cosa l’ho notata nelle palestre e anche nelle piste d’atletica, parlo dello sport in generale e non solo del calcio. Una cosa che ho notato, e basta vedere la realtà selargina, dove a livello di strutture sportive è più o meno quasi la stessa di quando io ero bambino, ma io ero bambino 40 anni fa, ne ho 47 adesso. Le strutture son sempre quelle, non è cambiato praticamente niente. Vediamo la realtà di Quartu, una città che dovrebbe fare minimo la Serie C (terza per abitanti in Sardegna n.d.r.), e non c’è un campo sportivo. I ragazzi dove devono andare a giocare? E’ quello il problema, se tu vuoi investire davvero nelle strutture sportive con spazi adeguati dove possono giocare anche liberamente qualche ora in più allora piano piano ricominciamo a mettere mattoncino su mattoncino. Perché veramente in questo momento si fa davvero fatica. Ci sono società che si dividono un campo, anche quattro per volta, nei paesini la realtà è questa!».

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Si ringrazia Emiliano Melis per la gentilezza mostrata nel concederci questa intervista

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